Non è cominciata bene ieri la visita di due giorni in Myanmar del premier cambogiano Hun Sen, il cui Paese presiede da gennaio anche l’associazione regionale di dieci nazioni del Sudest asiatico (Asean) di cui entrambi i Paesi fanno parte. 273 organizzazione riunite nel General Strike Coordination Body lo hanno accusato di «trascurare la volontà del popolo birmano e la rivoluzione di primavera» e Amnesty International gli aveva chiesto di annullare il viaggio e «condurre l’Asean in un’azione forte per affrontare la terribile situazione dei diritti umani nel Paese».

MA ASSAI PEGGIO delle messe in guardia, delle dichiarazioni e delle firme è stato il fatto che Hun Sen ha trovato un Paese risolutamente schierato contro la sua visita. Preceduto da una serie di esplosioni nei pressi dell’ambasciata cambogiana a Yangon, l’uomo forte di Phnom Penh, atterrato nella capitale Naypyidaw ieri mattina dove, ricevuto col tappeto rosso, ha incontrato il capo del golpe generale Min Aung Hlaing, è stato raggiunto da una serie di cattive notizie.

IN DIVERSE AREE DEL PAESE la gente ha organizzato proteste come ha potuto contro la sua visita: bruciando la sua immagine o mostrando cartelli con la scritta «Non abbiamo bisogno di te» e «Non sei il benvenuto in Myanmar». Foto di piedi che ne calpestano il ritratto e bombardamenti di critiche sulla sua pagina FB hanno fatto il resto. Uno per tutti: «Vergognati Samdech Hun Sen. Siamo preoccupati per il tuo futuro politico. Sei davvero un dittatore. Non hai mai rispettato la volontà del tuo popolo e sostieni la giunta degli assassini».

Convinto che la sua «comboy diplomacy», di stile berlusconiantrumpiano, possa fare meglio dei riti della diplomazia formale, Hun Sen pensa di poter e dover riportare il Myanmar nell’alveo della «famiglia Asean» da cui il Paese è stato escluso negli ultimi summit.

PRIMA DI PARTIRE, conscio probabilmente che il suo gesto correva il rischio di rompere un’omogeneità di vedute sul golpe raggiunta a fatica (Vietnam, Laos, Thailandia e Cambogia son sempre stati più teneri col nuovo regime che non gli altri membri), il premier ha chiamato il presidente indonesiano Jokowi, a capo del Paese più importante del gruppo. Ma anziché ricevere un avvallo alla sua controversa missione, alla fine della chiamata, Jokowi, da gennaio anche presidente del G20, ha twittato che «se non ci saranno progressi significativi nel piano di pace», solo i rappresentanti non politici del Myanmar saranno ammessi alle riunioni dell’Asean. Come già ora avviene.

JOKOWI SI RIFERISCE al piano in 5 punti approvato dall’associazione in aprile e subito fallito visto che l’inviato speciale del gruppo non ha mai potuto incontrare Aung San Suu Kyi. A meno di colpi di scena dell’ultima ora anche il vecchio dittatore cambogiano non potrà vederla, così che anziché guadagnarci in prestigio Hun Sen dovrà probabilmente far ritorno a casa con le pive nel sacco. Isolata dal punto di vista internazionale, con pochi amici tra cui una Russia entusiasta e una Cina che dà segnali ambigui, la giunta sembra voler procedere sul suo camminano, ignorando le proteste e il diffuso sciopero dell’apparato sanitario che continua ad attanagliare un Paese morso dal Covid (la scelta è tata giustificata dai medici con una lettera al giornale scientifico Lancet).

Continuano le violenze di cui la strage di Natale (decine uccisi e carbonizzati) è solo un esempio recente. Quello di Hun Sen non è comunque l’unico passo falso. Lo ha fatto anche il cardinale Bo, presidente birmano della Conferenza episcopale asiatica, che il 23 dicembre si è fatto fotografare con Min Aung Hlaing. Bo ha poi cercato di aggiustare. Ma la frittata, con grande imbarazzo a Roma, era fatta.