Redistribuzione del reddito sì, ma «con accortezza», per evitare di inimicarsi troppo l’elettorato borghese alle politiche del prossimo settembre. Il significato politico del congresso dei Grünen svoltosi da venerdì a domenica a Berlino sta tutto nella conferma di quella linea di centro-sinistra che era già emersa dalla scelta (attraverso un referendum fra i 60 mila iscritti) dei due candidati alla cancelleria, Katrin Göring-Eckardt e Jürgen Trittin. Un vertice rigorosamente duale in ossequio alla regola della parità uomo-donna, uno dei tratti identificativi del partito ecologista.

Dopo tre giorni di appassionato dibattito, i delegati verdi hanno approvato all’unanimità il programma elettorale respingendo le proposte di modifica al testo iniziale provenienti tanto dalla sinistra quanto dalla destra interne (i «fondamentalisti» contro i «realisti», nel gergo del movimento). La politica economica è stato il principale terreno di battaglia, che ha visto fronteggiarsi i fautori di sostanziosi aumenti delle tasse per i più ricchi e i sostenitori della linea «business friendly» dei tempi del governo Schröder-Fischer (1998- 2005). Fra i due litiganti, ha goduto il terzo: il «centro» del partito, largamente maggioritario, che ha affermato la propria posizione, poi accolta da tutti.

I Grünen chiederanno dunque il voto sulla base di un programma che prevede un maggior prelievo per i redditi oltre gli ottantamila euro: l’aliquota massima salirebbe dall’attuale 42% al 49%. Ma non al 53%, come chiedeva la corrente di sinistra, che avrebbe voluto riportarla al livello del democristiano Kohl, prima che si mettesse all’opera il neoliberismo «rosso-verde» di Schröder e Fischer. Approvato dai delegati anche l’aumento delle tasse sui patrimoni, attraverso il raddoppio della tassa di successione e l’introduzione di un’imposta (da mantenere in vigore per dieci anni) dell’1,5% sulla ricchezza: a pagare sarà chiamato chi possiede beni per un valore di più di un milione di euro.

Proposte simili a quelle avanzate dal Partito socialdemocratico (Spd) con il quale i Verdi hanno sancito un’alleanza pre-elettorale che ha come obiettivo sconfiggere la coalizione fra i democristiani della Cdu e i liberali della Fdp guidata dalla cancelliera Merkel. La comunanza di vedute fra i Grünen e la Spd abbraccia anche il rifiuto della politica di «austerità a senso unico nei paesi europei in crisi» e la rivendicazione di un’Unione europea con istituzioni più democratiche e trasparenti. «Vogliamo una Germania europea e non un’Europa tedesca», scrivono gli ecologisti nel loro programma, dove trova spazio anche la lotta contro il cambiamento climatico e l’impegno a battersi a Bruxelles contro la trasformazione dei confini Ue in muri anti-migranti.

Il fronte comune fra Verdi e socialdemocratici, tuttavia, malgrado le sintonie sul programma e le dichiarazioni ufficiali, è meno solido di come possa sembrare. O meglio: reggerà solo in caso di una difficile vittoria elettorale.

Al momento, i sondaggi prevedono due ipotesi. La prima è una vittoria di misura della coalizione guidata da Merkel. La seconda è uno scenario «all’italiana»: dopo il voto di settembre potrebbero mancare i numeri sia all’alleanza cristiano-liberale, sia all’alternativa Spd-Verdi. Una situazione che aprirebbe le porte ad una «grande coalizione» Cdu-Spd oppure ad una «strana maggioranza» fra democristiani e Verdi.

L’unica possibilità del tutto esclusa è un accordo con la Linke di Gysi e Lafontaine. Che a giudizio di Spd e Verdi non sarebbe un partner affidabile per le differenze in politica estera e le scelte diverse sul «fondo salva-stati» o lo «scudo anti-spread».