Negli ultimi anni, la storiografia sulla Resistenza si è arricchita di una quantità di approcci nuovi: la soggettività, la moralità, la memoria, la resistenza non armata, il «maternage di massa»… Tutte cose belle e necessarie a capire meglio una fase fondante della nostra identità, ma col rischio anche di scordarci che tutto questo faceva perno sulla realtà cruciale di una Resistenza come fatto politico e militare.
Il libro di Davide Conti – Guerriglia partigiana a Roma. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac azioniste nella Capitale 1943-44 (Odradek, pp. 405, euro 30) aiuta riprendere contatto con questa realtà senza la quale rischiamo di non capire tutto il resto.

Costruito sulla base di una vastissima documentazione archivista e di fonti a stampa, in gran parte inedita come i fondi Bentivegna e Fiorentini nell’Archivio storico del Senato (una documentazione talmente capillare da non far rimpiangere troppo il fatto che Conti non abbia tenuto in considerazione il ricchissimo repertorio di fonti orali ormai da più parti accumulato e, per tanti altri versanti, imprescindibile), il libro si può leggere anche come un definitivo dettagliato e puntuale repertorio di azioni e di nomi, che restituiscono il senso della continuità quotidiana della lotta armata a Roma e della molteplicità dei suoi protagonisti (Conti peraltro sceglie programmaticamente di occuparsi delle tre organizzazioni politico-militari facenti capo al Cln, disegnando un quadro a cui andrà poi aggiunto, per esempio, il ruolo di Bandiera Rossa e altre organizzazioni minori).

MA TRATTARE questo libro come una specie di omerico «catalogo delle navi» non sarebbe rendergli giustizia. Un libro di storia non è solo cronologia di eventi e repertorio di nomi, ma anche uno sforzo di interpretazione e di costruzione di senso. Da questo punto di vista, possiamo fare alcuni esempi significativi, in cui Conti si misura con problematiche storiografiche e politiche cruciali. In primo luogo, Conti rivendica l’importanza militare della Resistenza. Ascolta e prende atto delle interpretazioni che attribuiscono alla lotta partigiana un ruolo essenzialmente «simbolico» e di recupero della dignità nazionale, ma ne mostra chiamante l’insufficienza. Per tutti i nove mesi dell’occupazione tedesca (altro che «città aperta»: Conti ricorda i duemila carabinieri deportati a ottobre, i 1024 ebrei del 15 ottobre – a cui andrebbero aggiunge le centinaia successive – le fucilazioni a Forte Bravetta, la deportazione del Quadraro, le stragi di Pietralata, Ardeatine, La Storta… ): Roma è «terreno urbano di lotta armata» che impegna i nazisti su un ampio territorio alle spalle del fronte; la guerriglia contesta la legittimità dell’occupazione e il monopolio nazifascista della forza generando «un nuovo e nascente contropotere politico-militare opposto alle forze nazifasciste», intreccia le sue azioni con il ruolo e le esigenze delle forze alleate ad Anzio e Cassino.

TUTTAVIA LA GUERRIGLIA, dimostra Conti, è a sua volta un’articolazione della politica. Non solo perché è politica la scelta della lotta armata ed è politica la sensibilità dei suoi protagonisti (bella la citazione dall’autobiografia di Bentivegna sulla crescente consapevolezza del rapporto col partito), ma perché le due dimensioni si definiscono a vicenda.
È proprio nell’intreccio fra una scelta politica e una militare che sta, per esempio, la specificità dell’azione del Partito comunista: guida della lotta armata come rifiuto dell’attendismo delle forze moderate del Cln da un lato; sospensione della pregiudiziale politica antimonarchica posta da socialisti e azionisti dall’altro. La radicalità della lotta armata è dunque un’articolazione dell’«atteggiamento prudenziale» del partito sul piano politico-istituzionale, l’una e l’altro si sostengono reciprocamente.

Sottolineando l’importanza militare della Resistenza romana, Conti riconosce che tuttavia essa non raggiunse lo sbocco naturale dell’insurrezione popolare, sia per la specificità del contesto della città di Roma, sia per propri «limiti». Tra questi, l’autore sottolinea – a proposito soprattutto dei Gap centrali – quello di una «peculiare identità sociale». Un poco – direi – perché la spinta alla ribellione antifascista e antinazista di tanti giovani è in gran parte morale, culturale, persino estetica; e un poco anche per precise scelte politiche («Il partito ci disse di stare alla larga dagli ambienti popolari perché erano infiltrati», ricordava Aldo Natoli, che infatti non aveva mai conosciuto un operaio o un contadino finché non si trovò con loro in carcere). Ne deriva, da un lato quella forza morale che permette ai gappisti, caduti nelle mani della polizia, di resistere agli interrogatori e alle torture senza fare nomi, salvando i loro compagni (se Salinari avesse parlato, dice qui Maria Teresa Regard, lei non sarebbe uscita viva da via Tasso). Ma non aver saputo «tenere frammisti gli elementi intellettuali e quelli proletari» (come scrive Franco Calamandrei), comporta anche i limiti dell’«assenza di una totale clandestinità» e di una condotta che Calamandrei chiama «dilettantesca» di alcune azioni.

Il tradimento di Guido Blasi, uno dei pochi elementi popolari attivi nei Gap, diventa allora non solo una caduta personale che finisce per scompaginare tutta l’organizzazione, ma la spia di un rapporto fra gruppi dirigenti e base popolare che resterà irrisolto nei decenni del dopoguerra (e che è del tutto scomparso dall’agenda politica delle ex sinistre oggi).

L’ESTRAZIONE SOCIALE della maggioranza dei combattenti dà forma anche al loro problematico rapporto con la lotta armata. Anche se Conti non si occupa della soggettività, dei sentimenti e delle storie personali dei combattenti, tuttavia sa molto bene che il rapporto con la violenza è anche una questione politica. La profonda differenza politica della Resistenza sta infine nel fatto che la maggioranza dei suoi protagonisti rifiuta di vedere il nemico , persino i nazisti, come il «male assoluto». «Anche il nemico è un uomo», mi disse una volta la partigiana Lucia Ottobrini, ricordando con autentico dolore i giovani tedeschi che lei stessa aveva fatto saltare in aria sotto Tivoli.

Così, Conti cita fin dall’introduzione le riflessioni di Rosario Bentivegna sulla capacità di vedere i fascisti come nemici ma anche come «uomini che una diversa serie di eventi avrebbe potuto portare nel mio campo» (Bentivegna). Riconoscere l’umanità del nemico significa non perdere la propria; notando nei partigiani la «separazione fra piano etico personale e dimensione collettiva della guerra totale», Conti ci ricorda che comunque il piano etico non è mai fuori della coscienza dei combattenti.

D’ALTRONDE, QUESTA tensione fra etica e violenza non è uno specifico della Resistenza ma riguarda tutti gli esseri umani in guerra – penso alle meravigliose pagine sulla prima guerra mondiale di Terra matta in cui Vincenzo Rabito, militare di leva, racconta nel suo straordinario italiano alternativo di essersi trasformato in un «carnefice», un «cane vasto»: «in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo diventate tutte macillaie». Ai partigiani questo non succede: non cercano mai il facile alibi di dire che obbedivano agli ordini. Non erano pedine mosse da altri – né macellai, né carne da macello – ma agenti storici sempre in prima persona responsabili di quello che facevano, sorretti da una solida consapevolezza culturale.

«Io a via Rasella c’ero e ci sono ancora», diceva e scrive Rosario Bentivegna. Orgoglioso e tutt’altro che pentito, non ha tuttavia mai smesso di interrogarsi. Sta in questa complessità non solo il messaggio morale della Resistenza, ma anche il suo significato politico per un’Italia che la moralità nella politica sembra averla persa di vista.