A proposito del suo rapporto con la storia della filosofia, Deleuze scrisse che il suo approccio consisteva nell’«arrivare alle spalle» dell’autore di volta in volta in questione per «fargli fare un figlio che fosse suo e tuttavia fosse mostruoso». Approccio che non funziona con Nietzsche perché è lui a prenderti alle spalle per innescare «una spersonalizzazione per amore», un divenire molteplicità che parla «per affetti, intensità, esperienze, sperimentazioni».

È QUESTA LA RELAZIONE che Foucault intreccia con Deleuze quando, tra il 1969 e il 1970, affronta le pagine dei due capolavori appena pubblicati dall’amico – Differenza e ripetizione e Logica del senso – in Arianna si è impiccata e in Theatrum philosophicum, saggi che Filippo Domenicali ripropone, insieme alla sua preziosa postfazione, nel volume che prende il titolo dal testo più lungo e articolato (Theatrum philosophicum, Mimesis, pp. 108, 9 euro). La scena del teatro, in cui Foucault recita la sua spersonalizzazione per amore di Deleuze – o la «dissoluzione dell’io» per usare le sue parole -, è calcata da due soli personaggi: il fantasma e l’evento. E questi due personaggi concettuali sono, al contempo e ricorsivamente, causa ed effetto di una nuova ontologia radicalmente antiplatonica e neomaterialista. Il fantasma fa la sua comparsa nel momento stesso in cui Deleuze perverte Platone, non per negarlo ma per lasciarlo agire in un «effetto di assenza» e così poter «scendere fino al più piccolo dettaglio, fino al capello e allo sporco sotto le unghie».

È, INFATTI, la capacità tutta deleuziana di cogliere «le emissioni che provengono dalla profondità dei corpi e che si levano come lembi di bruma», di intravvedere «le pellicole assolutamente minime che si staccano dalla superficie degli oggetti», di percepire il «pullulare dell’impalpabile» a permettergli di costruire una filosofia della «materialità incorporea», ossia di quanto l’intera ontoteologia occidentale (materialismo marxista incluso) ha da sempre escluso come illogico e insensato (o, se preferite, differente e ripetitivo).

In breve, secondo Foucault, Deleuze sostituisce alla denuncia della «metafisica come oblio dell’essere» un ventriloquismo che costringe la metafisica a «parlare dell’extra-essere». È in questo supplemento di recita, che ricuce la «cesura tra il simulacro da una parte e l’originale e la buona copia dall’altra», che entra in scena l’evento, offrendo alla rappresentazione «un’altra trama in cui i legami dipendono da una quasi-fisica degli incorporei», una trama che si/ci libera dalla «triplice soggezione» – «il mondo, l’io e Dio» – che rende impensabile «l’eternità (multipla) del presente (dislocato)»: l’evento, appunto.

«FANTASMA ED EVENTO affermati in disgiunzione sono il pensato e il pensiero» che fanno pervenire a «una teoria affrancata sia dal soggetto che dall’oggetto», a «un pensiero a-categorico», in cui la differenza non è repressa nella «specificazione (nel concetto)» e la ripetizione non è congelata in «indifferenza degli individui (fuori dal concetto)». Fantasma ed evento ci riterritorializzano in un «pensiero affermativo» che pensa «l’essere come il rivenire della differenza», un pensiero che si muove «verso il mostro senza identità, verso il disparato senza specie, verso chi non appartiene a nessun ordine animale, uomo e bestia». Verso un pensiero che è «gesto, salto, danza, estremo scarto, oscurità tesa». Verso quella «folgorazione che porterà il nome di Deleuze».