Se si eccettua la prova tardiva, estrema e ingiustamente sottovalutata del Martin Salander (1886) – che è una sorta di epicedio dedicato alla primitiva, arcaica democrazia svizzera e insieme la schietta e lucida presa d’atto dell’irrompere di una fase nuova dello sviluppo capitalistico con le sue spinte disgregatrici, alienanti, disumane o apertamente criminali – tutta l’opera di Gottfried Keller (19 luglio 1819 – 15 luglio 1890) fu pensata e progettata nel breve arco del quinquennio che va dal 1850 al 1855, vale a dire nel periodo berlinese e, dunque, dopo la decisiva esperienza di Heidelberg dove egli aveva seguito i corsi universitari di Ludwig Feuerbach, l’ultimo dei filosofi classici tedeschi, ricavandone per sempre un’idea del mondo e della realtà, idea destinata a incidere in profondità nel futuro, imminente avvio dei suoi lavori di costruzione di un edificio letterario che il tempo a venire avrebbe conservato immacolato. Il fallimentare snodo pratico degli ideali quarantotteschi, nel quale aveva creduto e sperato, trovò dunque Keller a Berlino già nei panni di cittadino zurighese in viaggio di studio, meno ardente e scompigliato di prima e tuttavia esente da qualsiasi inclinazione al riflusso ideologico che per tanti scrittori suoi contemporanei o appena più giovani significò l’inquieto, melanconico rifugio nella couche nuptiale post- o tardo-romantica: magari nevrotica, magari sentimentale, magari fantastica, magari revanscista ovvero nibelungica e nerboruta, popolata di eroi solitari, equestri, tipo western medioevale.

Possiamo azzardare con una certa dose di sicurezza che a salvare Keller dal provincialismo o dai volteggi di danza così tipici dell’epoca sua fu precisamente l’elveticità, cioè l’avere avuto dietro e davanti a sé quel singolare, originale esperimento politico ancora aperto e in progress di cui egli, di lì a poco, diventerà il primo segretario, il supremo scrivano, l’alto funzionario e, insomma, a volerla dire tutta, il nume tutelare, riconosciuto e amato dalla comunità cantonale.

Ma intanto, lo si è appena ricordato, il democratico, il liberale, il materialista, l’ateo Keller calcolò con millimetrica perizia lo spazio del suo universo poetico, prese le misure in profondità e in altezza dell’orizzonte concreto dentro cui avrebbe fatto abitare e muovere i suoi personaggi e le loro tensioni. La distanza anzi, in quel momento, dal cantone di Zurigo (dove sarebbe ritornato per non più lasciarlo) gli consentiva una grande nettezza di visione, una lucidità anche dialettica e politica, una elasticità mentale di esemplare e vigoroso rigore. Ecco allora abbozzata l’idea di Enrico il Verde che dapprincipio non doveva superare la dimensione del romanzo breve e che invece si trasformò (sia nella prima che nella seconda versione, del 1855 e del 1880), insieme ai tre Wilhelm Meister di Goethe, nel più importante Bildungsroman della letteratura non soltanto di lingua tedesca (di certo superiore, ad esempio, al René di Chateaubriand, all’Adolphe di Constant o all’Obermann di Sénancour; e semmai massimamente prossimo ad Armance di Stendhal e all’Educazione sentimentale di Flaubert). E poi, a seguire, la doppia serie di La gente di Seldwyla (1856-1874), le Sette leggende (1872), le Novelle zurighesi (1878) e, da ultimo, L’epigramma (1881), insomma l’intero corpus delle novelle che adesso, dopo mezzo secolo – quasi un’altra maniera di festeggiare il genetliaco – Adelphi ripropone, insieme alle «Due storie d’almanacco», in un solo volume (Tutte le novelle, «Gli Adelphi», pp. XXX-1267, euro 20,00) nelle sicure e collaudate traduzioni di Lavinia Mazzucchetti, Ervino Pocar, Anita Rho e Giovanni Ruschena e con la prefazione, che per la verità oggi appare un po’ impolverata e inadeguata, di Elena Croce. E pazienza poi se l’apparato bibliografico rimane fermo al 1964, così lasciando fuori l’allora sconosciuto saggio del 1927 di Walter Benjamin, il quale va a formare, insieme a quelli del 1922 di Herbert Marcuse (la tesi di laurea che, rielaborata e accresciuta, diventerà molto più tardi, nel 1978, Il “romanzo dell’artista” nella letteratura tedesca. Dallo “Sturm und Drang” a Thomas Mann) e di György Lukács del 1939 (poi nel volume Realisti tedeschi del XIX secolo, 1956), un formidabile trittico interpretativo o, forse e anche, qualcosa d’altro, di diverso, quasi una sorta di luterana luce a voler riaffermare come proprio lì, nelle pagine di Keller, «tutto nella vita è l’ombra delle cose future».

È per questa ragione, probabilmente, che Keller (come notò uno studioso, Josef Hofmiller) detestava ciò che si presentava come roboante e che i suoi borghesi, i suoi contadini, i suoi galantuomini – creature in molti casi bizzarre e strambe, e basterà leggere in proposito i dieci racconti della Gente di Seldwyla – agiscono dentro un clima ovattato, parzialmente insonorizzato, illuminati da una luce mite, impastata di chiaroscuri, dove tuttavia le cose della natura (descritte, non interpretate) vibrano di colori accesi, sfolgoranti (Keller, serve rammentarlo, si era in gioventù dedicato con buoni risultati alla pittura, e questa antica vocazione egli la riversò per intero nella sua scrittura).

La penombra attiene semmai agli uomini e al loro agire che è in ogni caso un agire politico. Infatti annotava in termini assai radicali come «oggi tutto è politica e ad essa è legato, dal cuoio delle suole delle nostre scarpe fino alla tegola più alta del tetto, e il fumo che sale dal camino è politica ed è sospeso in nuvole insidiose su capanne e palazzi, si spinge qua e là su città e villaggi…». Parole che hanno colpito i suoi critici più partecipi e fraterni, ossia i già nominati Lukács e Benjamin. Proprio quest’ultimo ha intuito come dietro quel netto convincimento – il totus tuus rivolto alla politica – vi fosse un portato di esitazione, di timidezza (ma già Hugo von Hofmannsthal aveva utilizzato il termine «impaccio»), l’inciampo, l’impasse che altro non era che una precisa, inevitabile proiezione dell’indole dell’uomo Keller, una goffaggine (possiamo dire alla grossa) da cui egli si difese mediante un riso, scrive Benjamin, che scuote sin dalle fondamenta «le volte terrestri» e un umorismo mai di superficie e invece tutto interiorizzato al pari di un «ordinamento giuridico» biologico che presuppone l’«esecuzione senza giudizio, dove il verdetto e la grazia si manifestano nella risata».

Nei suoi personaggi, nelle sue indimenticabili figure femminili, quasi tutte sbocciate nel corso della composizione delle novelle, si verifica un evento cruciale e potente che resterà non inevaso nella futura letteratura svizzera di lingua tedesca. Vale la pena di accennarlo lasciando la parola a Benjamin: «In nessuna prosa mai come in quella di Keller è penetrata la dolce, cordiale scepsi che matura sotto l’insistenza dello sguardo e che s’impadronisce dell’amoroso osservatore come un’ombra proveniente dagli uomini e dalle cose. Tale scepsi è inseparabile dalla visione della felicità partecipabile – la più piccola cellula osservata nel mondo vale quanto tutto il resto della realtà». Un sentimento pratico della politica, come si vede, ancora tutto da sbrogliare e da costruire che, intatto, ritroveremo nel Novecento. Rimane fissato anche qui – oltre che nell’esito altissimo dello stile e della forma – il destino di uno scrittore che nel suo secolo seppe dialogare per grandezza con il solo Goethe, da cui peraltro e per molti versi per fortuna lo separava quasi tutto.