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Egitto, Netanyahu si finge disinteressato

Egitto, Netanyahu si finge disinteressato

Israele In realtà il premier e i suoi ministri seguono con attenzione quanto accade al Cairo, compiaciuti per il colpo di stato che ha deposto l'islamista Morsi alleato di Hamas

Pubblicato più di 11 anni faEdizione del 6 luglio 2013
Michele GiorgioGERUSALEMME

Due anni fa mentre la protesta di piazza Tahrir faceva crollare il terreno sotto i piedi di Hosni Mubarak, Benyamin Netanyahu non riuscì a frenare l’impulso di intervenire a sostegno dell’anziano raìs, custode per trent’anni dell’alleanza tra Egitto e Israele e partner strategico in tante “battaglie”, l’ultima delle quali è stata l’assedio della Striscia di Gaza. Fu poi criticato, all’estero, per aver elogiato un dittatore che aveva fatto uso della tortura e imprigionato migliaia di oppositori politici. Così ora che Piazza Tahrir prima e, soprattutto, il colpo di stato militare dopo, hanno provocato la caduta del presidente Mohammed Morsi e frantumato il potere dei Fratelli Musulmani, il premier israeliano preferisce parlare in codice. Abbastanza chiaro però per comunicare il suo pensiero. Per sottolineare la superiorità di Israele, naturalmente. Nel Medio Oriente Israele è sempre stata «un’isola di stabilità e democrazia in un mare di instabilità e di dispotismo. Ciò è sempre stato vero ma oggi è ancora più chiaro che mai», ha detto il primo ministro senza fare riferimenti diretti all’Egitto.

Il riserbo è (quasi) assoluto. L’ordine in vigore ai vertici israeliani è di non commentare il colpo di stato realizzato dai militari egiziani. Giornali e analisti invece sono un fiume in piena. Perchè il Cairo è la capitale araba più importante e perchè i due Paesi sono legati da oltre trent’anni da un trattato di pace (Camp David) e convidono una frontiera piuttosto turbolenta. Senza dimenticare che Morsi è stato alleato del movimento islamico Hamas, “nemico” di Israele. Stando a ciò che dicono e scrivono gli analisti israeliani, il colpo di stato non può che far felici i leader politici e militari dello Stato ebraico. Anche se i Fratelli musulmani sone stati rispettosi, sebbene non entusiasti, di tutti i punti di Camp David, che pure in campagna elettorale affermavano di volere modificare almeno in parte. «Per certi versi questo è vero, per molti altri no –  dice Eytan Gilboa, del Centro Begin-Sadat (Besa) per gli Studi Strategici di Tel Aviv – certo, non è cambiato molto durante la presidenza Morsi nei rapporti tra i due Paesi ma i Fratelli Musulmani hanno dato grande appoggio ad Hamas accrescendone lo status nel mondo arabo e islamico, cosa che non sarebbe mai potuta accade ai tempi di Mubarak». Inoltre, aggiunge Gilboa,  «la cooperazione di sicurezza rispettata da Morsi non ha messo fine ai movimenti degli estremisti islamici armati, lungo la frontiera tra Gaza e l’Egitto, che non hanno mancato, alla prima occasione, di attaccare obiettivi israeliani». Gilboa non ha dubbi: dal punto di vista israeliano qualsiasi governo laico in Egitto, anche ultranazionalista, è preferibile a uno islamista.

Ironizza, compiaciuto, un altro analista, Hillel Frisch. «L’ultimo capitolo della rivoluzione egiziana – ha scritto – è celebrato da molti come un’altra vittoria della democrazia e della libertà. Invece non è altro che il ritorno alla dittatura militare di Hosni Mubarak…agli egiziani sembra andare bene quello Stato onnipresente dei tempi di Nasser, Sadat e Mubarak al posto di presidente eletto democraticamente come Mohammed Morsi». Ricordando nella sua analisi che il presidente ad interim scelto dai militari, Adly Mansour, è per carriera e formazione un esponente dell’ancien regime, Frisch nota che «la stessa classe media egiziana che era stata fondamentale per allontanare Mubarak», è stata centrale nel favorire il ritorno dell’era del raìs, costretto nel 2011 a farsi da parte. Frisch estremizza ma offre non pochi spunti di riflessione, specie quando scrive che un Morsi contestato e sotto pressione sarebbe stato costretto a indire nuove elezioni con il rischio forte di perderle. Le cose, conclude, sarebbero andate nella direzione auspicata dai rivoluzionari ma nel rispetto delle istituzioni civili e della democrazia.

Lancia una sorta di avvertimento agli israeliani che preferiscono non vedere e sapere ciò che accade intorno a loro, Nahum Barnea, editorialista del quotidiano Yediot Ahronot, il più venduto di Israele. «Una volta – ricorda Barnea – (l’ex premier e ministro della difesa) Ehud Barak affermò: noi (israeliani) siamo il giardino e loro (gli arabi) sono la giungla. Costruiamo un muro intorno a noi, sbarriamo le finestre,  accendiamo l’aria condizionata e immaginiamo di essere in Scandinavia». Questo comportamento – spiega Barnea –  «sarebbe un grave errore, il nostro destino è legato al loro. E’ stato così quando Israele ed Egitto erano acerrimi nemici, quando c’era una pace entusiasta tra le due nazioni e quando la pace è diventata fredda e ostile». In ogni caso per il 44% degli israeliani, dice un sondaggio, con Morsi o senza Morsi, non cambierà nulla nei rapporti tra Israele ed Egitto.

 

 

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