Non era mai accaduto, in Italia, che una squadra di calcio, sia pur di un campionato minore, fosse recuperata alla mafia. Il piccolo miracolo è avvenuto a Quarto, 40 mila abitanti alla periferia nord di Napoli che si è visto sciogliere il Comune per infiltrazioni camorristiche per due volte in vent’anni. Sequestrata nel 2012 dalla procura di Napoli perché sotto il controllo del clan Polverino, che si spartisce il territorio con i potenti Nuvoletta affiliati a Cosa Nostra, la Ssd Quarto era stata affidata a un commissario, Luca Catalano. A quest’ultimo il pm Antonello Ardituro, per non attendere i tempi lunghi della confisca, diede il mandato di affidare la gestione a una società creata ex novo, la Nuova Quarto per la legalità, della quale fu nominato «dirigente unico» Luigi Cuomo, già presidente dell’associazione anti-racket Sos Impresa. Fu messa in piedi una rete di piccoli imprenditori e azionisti (quota massima, tassativamente, di non oltre 5 mila euro a testa) e, con il sostegno di Banca Etica e dell’associazione Libera la squadra recuperata ripartì e, al suo primo campionato, fu promossa dalla Promozione all’Eccellenza. Il campo sportivo fu affidato dai commissari prefettizi che reggevano il Comune al singolare team, che si fondava su un rigoroso codice di comportamento da rispettare, in campo e fuori. In tre anni sul prato sintetico del Giarrusso hanno sfilato in tanti: la Carovana antimafie dell’Arci, una rappresentanza in maglietta e pantaloncini dell’Associazione nazionale magistrati, perfino la Nazionale di calcio allenata da Cesare Prandelli.

La squadra anticamorra non ha però avuto vita facile. Fin dall’inizio è stata bersagliata da intimidazioni e attentati: una volta le reti delle porte bruciate, un’altra le panchine segate, un’altra ancora il furto notturno dei trofei vinti (tra i quali quello a un torneo per la legalità) nonostante le telecamere a circuito chiuso. Allenamenti e partite erano rigorosamente blindati, al punto che la Nuova Quarto era soprannominata «la squadra degli sbirri». Dopo una partita particolarmente difficile a Villa Literno, Cuomo era sbottato: «Ogni trasferta per noi si trasforma in una caccia all’uomo».

L’utopia della Nuova Quarto è durata tre anni, fin quando ai commissari prefettizi è succeduto in Comune il partito dell’«onestà»: il Movimento 5 Stelle. È accaduto che la neosindaca Rosa Capuozzo, il cui nome in questi giorni è sulla bocca di tutti, appena insediata ha convocato i dirigenti della squadra presentando il conto della gestione dell’impianto: sei mesi di arretrati da versare più altri sei mesi di anticipo. Troppo per una società già in crisi, retrocessa in Promozione e abbandonata dal mister Ciro Amorosetti dopo che i giocatori migliori erano stati ceduti per le difficoltà economiche. Il 24 agosto scorso, nemmeno tre mesi dopo l’insediamento dei pentastellati, Cuomo ha riconsegnato le chiavi del campo sportivo al Comune e non ha iscritto la squadra al nuovo campionato, dichiarando con accento polemico: «La verità è che l’unico obiettivo della sindaca è stato di liberare lo stadio da noi». Per farci cosa?

La vicenda sarebbe da relegare tra le tante esperienze positive del sud Italia durate lo spazio di un mattino, se la vicenda del Giarrusso non fosse al centro delle ipotesi investigative del pm napoletano Henry John Woodcock. Tutto ruota attorno alla figura di Giovanni de Robbio, con 840 preferenze il consigliere grillino più votato al Comune. È quest’ultimo a ricevere, in un’intercettazione tra il primo e il secondo turno delle comunali, l’indicazione di votare Capuozzo per fare in modo che lo stadio fosse affidato all’imprenditore di pompe funebri Alfonso Cesarano, considerato vicino al clan Polverino, noto per aver organizzato le spettacolari esequie del boss Vittorio Casamonica a Roma, le cui immagini la scorsa estate avevano fatto il giro del mondo.

La prima cittadina, «parte lesa» nell’inchiesta in quanto vittima dei «ricatti» di De Robbio, si è difesa sostenendo che il M5S ha riportato lo stadio in mano pubblica senza consegnarlo a nessuno. Ma allora perché accanirsi contro la Nuova Quarto? Il sospetto è che sia stata favorita un’altra squadra. Si tratta del Quartograd, interessante progetto di «calcio popolare» nato per iniziativa dei Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo). Il Quartograd, che in pochi anni ha scalato i campionati minori dalla Terza categoria alla Promozione, è una squadra antifascista e antirazzista in cui giocatori, tifosi e azionisti sono alla pari. Ogni domenica attira centinaia di tifosi sugli spalti del Giarrusso e pure nelle trasferte, dove sventolano le bandiere con i due martelli incrociati su una stella rossa, simbolo della squadra. La star è il ventinovenne Diego Armando Maradona Sinagra, figlio tardivamente riconosciuto del pibe de oro e della napoletana Cristina Sinagra, che già giocava nella Ssd Quarto del presidente Castrese Paragliola. Quest’ultimo è oggi in carcere, e ha suscitato polemiche la recente partecipazione a un triangolare con la Quartograd di suo figlio Sabbatino, che dalla sua pagina Facebook ha poi osannato il genitore e la vecchia società.

L’ipotesi è che Capuozzo abbia ricambiato un favore: i Carc hanno sostenuto i 5 Stelle, con una spericolata operazione di “entrismo” in un movimento considerato l’unica opposizione reale a Pd e Pdl. Ma il buco nella ciambella è riuscito solo in parte: volevano un assessore allo Sport e non l’hanno ottenuto. Da allora i rapporti paiono essersi raffreddati al punto che la Quartograd oggi denuncia che da quando il Giarrusso è tornato al Comune è costretta ad allenarsi senza corrente né acqua calda.

Avrebbe potuto essere un derby tanto bello quanto insolito, quello tra le due squadre di Quarto. Peccato che si sia giocato fuori dal campo, con un arbitro apparso di parte: i 5 Stelle. E che attorno ad esso continui ad aleggiare l’ombra della camorra, che – questo è chiaro – non ha mai digerito lo sgarro di una squadra recuperata e restituita alla città.