Raffaele Fitto non sta nella pelle dalla soddisfazione. La premier è altrettanto giuliva. Hanno entrambi ragione di gongolare. Il via libera della Commissione europea alla terza rata del Pnrr, pur decurtata e portata da 19 a 18,5 miliardi, e l’approvazione delle proposte di modifica alla quarta rata, 10 più lo spostamento di un obiettivo dalla terza alla quarta tranche, giustificano sia la Giorgia Meloni «molto soddisfatta» che il Fitto altrettanto tripudiante. La premier e il ministro responsabile dell’attuazione del Piano ci hanno tenuto a ringraziare la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e in effetti a galvanizzare il governo non è solo lo sblocco delle rate: sono anche i toni e le parole adoperate da Bruxelles.

LA COMMISSIONE, per quanto riguarda la terza rata, ha riscontrato «progressi significativi nell’attuazione del Piano». Quanto alle modifiche della quarta rata, «il Piano italiano è ancora conforme ai criteri stabiliti nel regolamento del Recovery» e «l’ambizione complessiva del Piano non è influenzata dalle modifiche, data la loro natura mirata». «Continueremo a essere a fianco dell’Italia in ogni passo necessario per assicurare che il Piano sia un successo: avanti tutta con Italia domani», gioisce la presidente della Commissione e Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, si unisce al coro: «Oggi compiamo due importanti passi avanti con l’attuazione del Piano di ripresa e resilienza dell’Italia».

I TONI HANNO IL LORO peso e la tempistica anche: sulla terza rata, ridotta da 55 a 54 obiettivi, c’erano pochi dubbi. Ora il dossier, già inviato al Comitato economico e finanziario del Consiglio europeo, dovrà aspettare entro quattro settimane il via libera del Consiglio, poi la rata sarà erogata. I tempi sono stati invece più celeri del previsto per quanto riguarda la quarta rata. La valutazione positiva permetterà all’Italia di avanzare la richiesta subito dopo la pausa estiva e a questo punto diventa credibile l’incasso di quei 16,5 miliardi entro l’anno, in modo da non dover intervenire con nuove entrate sul bilancio per rispettare le previsioni, in base alle quali dovrebbero arrivare tutti i 35 miliardi delle due rate in sospeso.

IN LINEA DI PRINCIPIO esprimere come fa la presidente del consiglio «grande soddisfazione» per una rata che arriva con 7 mesi di ritardo e decurtata, sia pure in percentuale modesta, può sembrare fuori luogo. L’opposizione non mancherà di farlo notare, come ha già fatto nelle settimane scorse. Ma per il governo il sospiro di sollievo è invece doppio: perché comunque le rate entreranno e probabilmente in tempo per evitare l’intervento sul bilancio ma anche per l’evidente segnale politico, corroborato dai commenti della presidente von der Leyen. La Commissione sembra e quasi certamente è molto disponibile: dunque ci sono ottime probabilità che venga accettata la richiesta di «rimodulazione» illustrata ieri da Fitto e che, dopo essere passata per il vaglio del parlamento, sarà inoltrata a Bruxelles entro il prossimo 31 agosto.

È un passaggio delicato, non solo perché si tratta non di un ritocco ma di una modifica corposa, pari a quasi 16 miliardi, ma anche perché gli obiettivi che l’Italia chiede di spostare sulla Coesione e sul RePowerEu riguardano più o meno direttamente la principale mèta complessiva del Recovery Plan per la Ue: la transizione ecologica e digitale. La valutazione positiva della terza rata anche sul piano «degli investimenti per promuovere la transizione digitale e verde» è pertanto un segnale non definitivo ma certo positivo.

IL GOVERNO, INFINE, ha incassato negli ultimi due giorni un sostegno molto importante da parte del capo dello Stato. Il discorso del Ventaglio, forse il più importante pronunciamento di Sergio Mattarella da molto tempo, non risparmiava critiche rivolte di fatto alla maggioranza per la tentazione di abusare delle Commissioni parlamentari d’inchiesta. Ma l’esortazione a considerare il Pnrr non un campo di battaglia propagandistica ma un obiettivo comune al cui successo deve mirare anche l’opposizione è un assist prezioso per Fitto, e il ministro si è infatti affrettato a plaudire. L’incognita in sospeso, però, è proprio quella transizione ecologica che rischia di rivelarsi la principale falla nel Piano italiano.