Ieri al Senato è stato cambiato il decreto sulla Pubblica Amministrazione: i cosiddetti Quota 96 (ovvero i lavoratori della scuola che a causa di un errore della riforma Fornero, pur avendone diritto, non possono ancora andare in pensione) dovranno aspettare ancora. Con la scusa delle «coperture finanziarie», l’emendamento approvato alla Camera che permetteva loro di andare in pensione dal 1 settembre 2014 è stato soppresso su indicazione della ministra Madia, ma su ordine del Ministero dell’Economia e Finanze (Mef).

Il problema infatti era stato sollevato da Cottarelli nei giorni scorsi: secondo il Commissario non si possono finanziare provvedimenti di spesa (ovvero, permettere ai lavoratori di Quota 96 di veder riconosciuto il loro diritto di andare in pensione) con i tagli della spending review che devono essere finalizzati unicamente al taglio delle tasse. Cosa non vera, visto che la Commissione Bilancio della Camera ha, a suo tempo, approvato una risoluzione che -finalizzando la spending review al taglio delle tasse- salvaguardava in ogni caso gli investimenti (coperti anche dal taglio alle spese) in settori nevralgici della spesa sociale: l’assistenza, la scuola, i diritti acquisiti. E non c’è dubbio che Quota 96 rientri tra questi.

Ma quello che conta è la presa in giro che in questi mesi il governo e la maggioranza imperniata sul Pd hanno fatto ai danni di Quota 96, alimentando promesse e illusioni con la consapevolezza di non poterle rispettare. Prima una proposta di legge (bloccata sempre sul tema delle coperture finanziarie), poi una risoluzione nelle Commissioni Bilancio e Lavoro, poi un tavolo di concertazione al Ministero del Lavoro, poi ancora la mozione del Documento di economia e Finanza (Def), infine l’emendamento al decreto sulla Pubblica Amministrazione: promesse puntualmente disattese.

Sinistra Ecologia e Libertà aveva indicato per Quota 96 coperture alternative (verso le quali la Ragioneria e il Mef non avrebbero potuto opporsi), ma la maggioranza di governo ha detto di no. Sempre Sel aveva anche chiesto un decreto ad hoc, visto che questa misura, inserita in un decreto già eterogeo, avrebbe rischiato in futuro di essere invalidata per vizi di incostituzionalità, perché estranea alla materia. Ma non c’è stato niente da fare.

In realtà, il motivo per cui il governo ha soppresso questa misura a favore del personale scolastico è il timore che una volta riconosciuto l’errore della riforma Fornero con Quota 96, anche tutti gli altri errori di quella riforma debbano poi conseguentemente essere sanati. E sono tanti: da quelli dei ricongiungimenti dei contributi al macroscopico errore del mantenimento al lavoro fino a 67 anni i macchinisti dei treni.

Quota 96 diventa così una vicenda paradigmatica: un modo per continuare a fare cassa sui lavoratori e l’esempio di una ipocrisia stridente (nel governo e nel Pd) tra la difesa a parole dei diritti e la capitolazione di ogni buona intenzione di fronte ai dettami dell’austerity e dei tagli alla spesa sociale. A parole in molti riconoscono il disastro della riforma Fornero, ma nessuno -nel Pd e nel governo- vuole rimetterla veramente in discussione. A farne le spese, ancora una volta i lavoratori della scuola di Quota 96.