«Uniti si vince, uniti si perde»: il motto che da due giorni pareva descrivere un Movimento 5 Stelle monolitico ha cominciato ad incrinarsi. O meglio, col passare delle ore e con l’infittirsi delle discussioni all’improvviso è apparso sotto un’altra sfumatura: quell’unità che fino a pochissimo tempo fa era invocata per dipingere di armonia il potere assoluto dei vertici adesso potrebbe riguardare la distribuzione delle cariche dentro al M5S. Significa che le tante poltrone su cui siede Luigi Di Maio (capo politico, ministro dello sviluppo economico e del lavoro, deputato e vicepremier) pongono dubbi sulla coerenza con la storia grillina e sull’efficacia della concentrazione di potere.

QUESTA SERA L’ASSEMBLEA congiunta dei gruppi parlamentari discuterà di tutto questo. Doveva tenersi lunedì, ma lo stesso Di Maio ha poi deciso di rinviarla per convocare prima il suo inner circle. La cosa ha creato malumori nella riunioni improvvisate tra gli eletti. Sotto accusa ci sarebbero decisioni prese dodici mesi fa, alcuni puntano il dito direttamente su alcuni sottosegretari e su personaggi considerati vicinissimi a Di Maio.

Una bordata arriva subito dalle prime file, quando il senatore Primo Di Nicola decide di dare il buon esempio e annuncia le sue dimissioni da vicecapogruppo a palazzo Madama. «È una decisione necessaria non solo alla luce del risultato elettorale ma anche e soprattutto delle cose che ci siamo detti in tanti incontri e assemblee – spiega Di Nicola – è l’unico modo che conosco per favorire una discussione autenticamente democratica su quello che siamo e dove vogliamo andare». Poi arrivano le parole di Roberta Lombardi, volto storico del Movimento 5 Stelle e attuale capogruppo alla Regione Lazio: «La responsabilità in capo ad un solo uomo è deleteria per il M5S, ed è un concetto da prima repubblica».

Carla Ruocco, che aveva fatto parte del direttorio grillino e che in questa legislatura è stata messa da parte, si associa: «Il M5S è nato sulla condivisione dei valori, dei temi e dell’azione politica, e non su catene di comando». E Ruocco – ma non è a sola – chiede di aprire la discussione anche sulla piattaforma Rousseau.

LA SENATRICE Elena Fattori da mesi in contrasto con la linea ufficiale conferma le critiche: «In tempi non sospetti dissi che Luigi non avrebbe dovuto ricoprire tutti quei ruoli. Dall’inizio della legislatura si è blindato coi suoi fedelissimi». Nettissimo Luigi Gallo, presidente della commissione cultura alla camera, considerato vicino a Roberto Fico ma di solito attento a soppesare le parole: «La responsabilità è tutta di Luigi Di Maio». Nicola Morra, uno che ancora prima di diventare presidente della commissione Antimafia cercava di darsi un tono istituzionale, propone la costituzione di un comitato ristretto che affronti i problemi dei 5 Stelle «in nome della collegialità».

Ce n’è abbastanza per sospettare che all’assemblea dei parlamentari ci sarà un confronto vero, senza sconti e diplomazie, sulle ragioni del crollo. In fondo, stiamo parlando dell’unico organismo del M5S che restituisce il quadro nazionale grillino e che può rivendicare una rappresentanza dai territori.

Ma c’è di più. Perché si capisce che i 5 Stelle sono scossi nel profondo, al punto da mostrare incrinature anche ai vertici, quando prendono la parola due che avevano partecipato al gabinetto di emergenza convocato lunedì sera dallo stesso Di Maio, presente anche Alessandro Di Battista. Il primo è il senatore Gianluigi Paragone: «La generosità di Luigi di mettere insieme più incarichi in qualche modo deve essere rivista». Il secondo è il sottosegretario Stefano Buffagni, che non tira fuori dalla contesa la posizione di Di Maio ma conferma: «Della leadership si parlerà in assemblea».

Poi cerca di frenare: «Il problema non è di certo Di Maio, ma tutta la situazione». Non dev’essere un caso se nessuno dei due partecipa all’ennesima riunione ristretta convocata al Mise da Di Maio alla vigilia della resa dei conti nei gruppi.

SOTTO L’ASPETTO FORMALE, i grillini scoprono di trovarsi di fronte a un’organizzazione inattaccabile, visto che le regole del Movimento 5 Stelle blindano la posizione del capo politico: o se ne va di sua sponte, dimettendosi, o viene rimosso dal garante Beppe Grillo. Di Maio, che a questo punto dovrebbe mettersi attorno a un tavolo proprio con Grillo e Davide Casaleggio, riflette e non esterna per ore. Oggi lo attende una lunga giornata.