Zahra Barati cammina dentro il palazzetto dello sport di Crotone in punta di piedi, lo spazio vuoto un anno fa era la camera ardente per i corpi senza vita restituiti dal

mare sulla spiaggia di Cutro. Anche quello di Sajad Barati, ventitreenne afgano, fratello di Zahari.

Sapevi che si era imbarcato? Come hai scoperto la sua morte?
Quando è arrivato in Turchia, Sajad ci ha fatto sapere il giorno e l’ora in cui sarebbe partito da Izmir. Il 25 febbraio la persona che faceva da intermediario tra le famiglie e chi conduceva la barca ci ha avvisati che in poche ore sarebbero arrivati in Italia. Il giorno dopo in Afghanistan mio cognato, che fa il giornalista, ha saputo di un caicco naufragato vicino le coste italiane. Così ha avvisato mio marito e lui, dopo due giorni di ricerche, mi ha detto che anche mio fratello era sull’imbarcazione. Sono andata a Crotone per cercarlo, ma ho potuto solo riconoscerne la salma.

Cos’è stato promesso dal governo a voi familiari delle vittime?
Un anno fa siamo stati invitati a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni. In quell’occasione avevamo fatto delle richieste al governo, ci avevano fatto delle promesse. Tra queste, il ricongiungimento familiare con i parenti delle vittime che erano ancora nei paesi di provenienza. Ci hanno chiesto di fare una lista con i nomi di chi volevamo far arrivare in Europa. Ho scritto quelli di mamma e papà e delle mie due sorelle. È passato un anno, nessuno ci ha fatto sapere nulla. Le mie sorelle, due gemelle di 10 anni, sono ancora in Iran, la loro condizione psicologica è molto grave. Dopo la morte di nostro fratello non si sono più riprese, hanno bisogno di pregare sulla tomba. La sua bara non è mai stata rimpatriata. Sajad è seppellito in Finlandia, i miei genitori non l’hanno neanche potuto salutare per l’ultima volta.

Perché sei fuggita dall’Afghanistan?
Vivo in Finlandia da due anni, sono arrivata in Europa grazie al ricongiungimento familiare con mio marito. In Finlandia studio Infermeria ma da quando è morto Sajad non dormo la notte e non riesco a studiare. Sono mesi che vado in terapia, ma il mio stato psicologico non fa altro che peggiorare. Venti anni fa io e la mia famiglia siamo fuggiti dall’Afghanistan: siamo andati in Iran ma per noi afgani lì la vita non è semplice, non abbiamo nessun diritto. Così ho deciso di fuggire, lo stesso motivo che ha spinto mio fratello ad andare in Turchia e imbarcarsi sul Summer Love. Sajad non poteva studiare né lavorare in Iran, sognava di venire in Europa per frequentare la scuola, costruirsi un futuro, aiutare la famiglia a raggiungerlo.

Ha inviato una lettera a Meloni in cui accusa il governo di non aver mantenuto le promesse.
Anche noi familiari delle vittime siamo vittime. Le nostre vite sono cambiate dopo quella tragedia e vogliamo delle spiegazioni. Perché non si sono trovati i colpevoli? Perché i nostri parenti non sono stati soccorsi? Perché non sono intervenute subito le autorità italiane? E poi chiediamo almeno di procedere con quello che ci hanno promesso: i familiari che sono in un altro paese hanno bisogno di vedere le tombe dei loro cari per elaborare il lutto. Nessuno dei familiari provenienti dall’Iran ha avuto la possibilità di raggiungere l’Europa, non è stato fatto alcun ricongiungimento familiare.

Quale risposta si aspetta dalla presidente del Consiglio?
Mi aspetto che mi risponda. La lettera è stata scritta in nome di tutti i familiari delle vittime, specialmente quelli che si trovano in Iran e che non possono avere un contatto diretto con il Primo ministro italiano.

Cosa vuol dire per lei essere di nuovo a Crotone nell’anniversario del disastro?
Sono qui per ricordare mio fratello, perché è mio dovere farlo anche per mia madre e mio padre che non possono venire, per le mie sorelle che non l’hanno più visto. Essere di nuovo qui per me vuol dire tenere viva la memoria di Sajad.