Fiaba, poesia e preghiera sono tre delle direzioni intraviste nel volume Cristina Campo. Il senso preciso delle cose tra visibile e invisibile (Mimesis, pp. 119, euro 20), a cura di Chiara Zamboni che raccoglie alcuni saggi di filosofe, letterate e studiose intorno al pensiero di una indiscussa protagonista del Novecento quale è stata, e continua a essere. Nata a Bologna il 28 aprile 1923, nel centenario della sua nascita Cristina Campo (il cui vero nome era Vittoria Guerrini) è stata al centro di un convegno svoltosi a Verona nel giugno del 2022 di cui ora si possono leggere gli atti.

A più voci, il libro a cura di Zamboni comprende infatti, oltre alla sua introduzione e al saggio finale, interventi di Wanda Tommasi, Francesco Nasti, Monica Farnetti, Laura Boella, Snejanka Mihaylova, Antonietta Potente, Vittoria Ferri, Andrea Di Serego Alighieri ed è occasione preziosa per riscoprire l’autrice di testi di grande profondità che vanno dalle raccolte di saggi – come Gli Imperdonabili – alle poesie – come Passo d’addio – fino ad arrivare alle lettere – basterebbe nominare quelle a Mita, l’amica Margherita Pieracci Harwell –, tutti luminosi documenti di quanto il corpo pensante di Campo si sia misurato generosamente dalla metà degli anni Cinquanta fino alla sua morte, nel 1977. E oltre.

IL CONTESTO relazionale e di frequentazione testuale in cui è stata immersa Cristina Campo fa da contrappunto all’architrave del volume a lei dedicato, in numerosi e significativi passaggi a partire dalle due parole che ne tracciano il perimetro: «visibile» e «invisibile» convocano per esempio María Zambrano, e l’intensità di tale reciprocità è la stessa che ritroviamo nel senso dell’attenzione o nella grazia in riferimento a Simone Weil. Vi sono tuttavia altre aperture che riguardano la capacità, a un tempo poetica e vocazionale, di rendersi «vedenti» che stanno all’altezza di un verso tra i suoi più noti e che non solo richiamano la passione per la fiaba, come finemente osserva Wanda Tommasi, ma possono essere considerate lezioni di sprezzatura: «Due mondi – e io vengo dall’altro». Lo scrive Campo in Diario bizantino, poco prima di svelare quel «taglio vivente ed efficace», rischioso quanto cominciare a pensare solo a patto di sapersi separare, di saper distillare.

I due mondi, sono simili, anche se sideralmente lontani, a quelli evocati da Marina Cvetaeva quando, nelle sue Notti fiorentine, reclama «Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità».
Anche per questo la poesia è «campo magnetico della parola perfetta», lo segnala Vittoria Ferri che rintraccia il visibile e l’invisibile nella struttura duale del simbolo la cui curvatura trascendente si avverte «obliquamente».
Termine interessante quest’ultimo, ché allenta e allarga la propria valenza semantica assumendo ulteriore sottigliezza, per esempio, negli echi che riverberano in Emily Dickinson, quando esorta alla verità da dire «obliqua».

INTERROGARE LA PAROLA, o la «visitazione», il silenzioso approssimarsi dei semplici come degli ultimi della terra, somiglia per Cristina Campo alla «precisione delle cose», esatta come «la geometria “delicata e feroce” della danza della libellula», opportunamente richiamata da Laura Boella. E ci dice anche della pazienza, soprattutto dell’attesa che – nella poesia «Anelli di cenere» di Alejandra Pizarnik dedicata a Campo – è «mormorio di lillà che si rompono». Torna alla mente ciò che María Zambrano, in Delirio e destino, racconta di se stessa a proposito dell’albero di lillà: «preferì la crudeltà dei fiori che non avrebbe mai visto – proprio quelli – all’eventualità che l’albero non ne avesse dati. Non volle consolarsi; preferì l’esistenza del fiore alla consolazione».

In questa tensione elettiva, segnata dalla esperienza incarnata del metodo mistico, oltre che dalla malattia che accomunava Campo e Zambrano, si devono riprendere i fili del volume curato da Chiara Zamboni, seguendo fiaba, poesia e preghiera. Sono nomi diversi per continuare ad ascoltare le voci del mondo, le sue ingiustizie; al contempo indicano una strada di dedizione all’impossibile, di esercizio intransigente alla semplicità. Sia pure «nelle sue esistenziali trasformazioni», ricorda Antonietta Potente, citando uno dei passi più splendenti di Cristina Campo: «una rosa, solo una rosa, in pieno inverno».