Il 12 febbraio 1953 Eugenio Montale recensisce sul Corriere della Sera il Quaderno proibito di Alba de Céspedes, pubblicato nel dicembre del ’52 come libro inaugurale (o augurale, in senso latino) della collana «Grandi narratori italiani» di Mondadori. Il giudizio è, come al solito, a doppio binario: il poeta vi ravvisa infatti «vistose reliquie» dell’«ideologia positivistico-naturalistica», eppure è attratto dall’«acuta, chiara, signorile intelligenza dell’autrice». Montale le fa una carezza quando con un arguto sottinteso nota: «La signora De Céspedes, che scrive bene, ha tutto il fascino degli scrittori che scrivono male: e questa è forse la sua involontaria scoperta». L’illustre recensore sta pensando a Svevo, a quelle storture di penna che sono apparentate con il felice «abbandono di ogni flaubertismo formale». In altre parole: non male questo stile scabro e lieve allo stesso tempo…
Di tale opera – all’epoca fu un best-seller – e della sua evoluzione editoriale, assieme ad altre sette prime prove, tratta Gabriele Sabatini in Numeri uno Vent’anni di collane in otto libri (prefazione di Hans Tuzzi, minimum fax, pp. 216, € 14,00), saggio che percorre un momento clou (1940-’60) per la genesi di alcune collezioni significative nella storia letteraria del nostro paese. «La linea generale seguita in questo libro – commenta l’autore – è quella di occuparsi di romanzi che abbiano inaugurato prestigiose collane editoriali e che siano ancora oggi facilmente rintracciabili in libreria» (eccezion fatta proprio il testo della de Céspedes, indisponibile, e per Il prete bello di Goffredo Parise, non il number one ma almeno lo special one dei «Romanzi moderni» di Garzanti, edito nel ’54).
Si inizia con la Fortezza Bastiani che dissigilla nel ’40 «Il sofà delle Muse» di Rizzoli. L’anno precedente Dino Buzzati era partito alla volta della costa eritrea come inviato speciale del Corriere: durante le sue peregrinazioni in paesaggi polverosi (nel ’33 era stato in Libano e in Siria) matura compiutamente l’idea del Deserto dei Tartari. Prima del viaggio lo scrittore aveva affidato a Leo Longanesi il suo manoscritto (La fortezza) e ora attendeva una risposta: ad Addis Abeba nessun segnale all’orizzonte, proprio come per il tenente Giovanni Drogo. All’improvviso: «Mi hanno detto che Longanesi fece leggere il manoscritto a un suo critico di fiducia e che questi glielo restituì dicendo che non valeva nulla. Allora lui, che era un bastian contrario per natura e per vocazione, lo mandò subito in tipografia». Buzzati è all’estero, le email non esistono e le bozze sono corrette dall’amico Arturo Brambilla!
Più agili sono concepimento ed esecuzione del pavesiano Paesi tuoi che andrà a principiare nel 1941 la «Biblioteca dello struzzo» (poi rinominata «Narratori contemporanei» su protesta di Leone Ginzburg, il quale considerava il titolo come rivelatore di «libri indigeribili, che solo uno struzzo può divorare»). Assunto da Giulio Einaudi in pianta stabile nel ’38 per 1000 lire al mese, Cesare Pavese scrive in due mesi e mezzo il romanzo, ma lo ritocca, invia il dattiloscritto a Tullio Pinelli, rapido schiocco epistolare fra i due, infine si accorda con il collega Mario Alicata, che lo affianca nella nascitura collana.
Nel 1947 di nuovo da Einaudi si battezzano «I Coralli», sorti «da una trasformazione dei Narratori contemporanei». «È stato cosí – scrive Sabatini su ispirazione di Cesare Garboli – è un romanzo lanciato contro un destino che ha privato Natalia della persona amata e del futuro che aveva immaginato». A seguito di torture Leone Ginzburg muore in carcere nel ’44. Nello stesso anno Natalia è assunta dalla casa editrice, nel successivo si trasferisce a Torino: tra scritture all’alba e stufe di terracotta in redazione, È stato cosí viene alla luce e, dopo un’iniziale freddezza critica, consacra l’autrice.
Del ’48 sono invece i «Supercoralli»: fa da battistrada Menzogna e sortilegio di Elsa Morante, settecento pagine e lungo periodo di gestazione (ripagato con il Premio Viareggio). Romanzo tagliente di amori non corrisposti, per la Ginzburg è «indicibilmente bello»: in un batter d’occhio, colpita alternativamente dalla fiducia della Morante verso di lei e soprattutto verso i corrieri (Elsa aveva spedito il voluminoso manoscritto per posta ordinaria), Natalia prepara il contratto di edizione.
Se nel ’51 Einaudi fa poker con «I Gettoni» di Vittorini, aperti da I compagni sconosciuti del poliglotta (conosceva 17 lingue) Franco Lucentini, la «Biblioteca di letteratura» di Feltrinelli presenta nel ’58 Il soldato di Carlo Cassola: cominciato nel ’53 ma interrotto dal sospetto di irredimibili sdolcinature, lo scrittore romano successivamente lo termina e lo pubblica su «Nuovi Argomenti» e in volume. Ma qui si arresta la cornice temporale del saggio: ossia «alla vigilia degli anni Sessanta» – conclude Sabatini, con un presupposto teorico già segnalato nella prefazione di Tuzzi – «periodo in cui si gettano le basi di un diverso rapporto con il libro, non nel senso della messa in discussione (…) ma in quello di una quantitativamente maggiore diffusione». Qualcosa è cambiato, l’equilibrio magico tra gli happy few e la più larga fetta di pubblico si è spezzato, forse per sempre.