Il segreto di Pulcinella della legge di bilancio che è stata inviata a Bruxelles è stato rivelato dalla ministro dell’economia leghista Giancarlo Giorgetti nella premessa al «Documento Programmatico di Bilancio». A fine marzo, dopo avere fatto due conti sui risparmi in cassa, il governo stanzierà nuove risorse per tamponare l’emergenza-caro bollette con un’inflazione che, presumibilmente, sarà cresciuta ancora per di più dell’attuale 11,9% in presenza di una recessione tecnica e di un sostanziale blocco dei salari che aggraverà la crisi sociale.

LA «MANOVRA» del governo Meloni è dunque a tempo e per di più condizionata in maniera decisiva: 21 miliardi sui 35, in gran parte ancora da sostanziare in poste di bilancio certe, dalla prossima settimana in parlamento. Presentata come un’operazione politica, primo passo di una legislatura lunga cinque anni, Giorgetti in una manciata di frasi ha semplicemente detto che si tratta di un altro decreto pieno di bonus, che fa seguito ai quasi 60 miliardi già stanziati da Draghi. Un’altra tappa verso un altro decreto che arriverà tra tre o quattro mesi.

SEMPRE che nel frattempo non intervenga una soluzione alla guerra russa in Ucraina, un accordo sul prezzo del gas a livello europeo e chissà quale capriola del destino che sollevi il famoso Pil oltre lo zero previsto l’anno prossimo. Un esecutivo, in ginocchio davanti alla policrisi capitalistica, stretto tra inflazione, speculazione e rigore dei conti indotto dalla nuova stagione di ristrettezze monetarie e austerità anticipata.

CIÒ NON HA IMPEDITO alla «Melonomics» di esibire un ringhio classista pieno di disprezzo verso poveri, precari, disoccupati e lavoratori autonomi impoveriti. L’innalzamento dell’uso del contante è un favore agli evasori. L’imposizione della Flat Tax, un regalo a liberi professionisti benestanti. La riattivazione del Ponte sullo Stretto, un inchino a costruttori e affaristi. La restrizione del “reddito di cittadinanza”, un attacco ai poveri. I voucher, una spinta agli schiavisti ricattatori. Poi c’è il taglieggiamento sulle rivalutazioni delle pensioni trattate da bancomat, come sempre. Condoni mascherati e molteplici inviti all’evasione. Sanità non rifinanziata dopo la catastrofe del Covid. Un bilancio organico di questa politica regressiva e reazionaria è stata fatta ieri dalla Cgil che, con il suo segretario generale Maurizio Landini, ha parlato della necessità di ricorrere a «forme creative di mobilitazione, per far conoscere la gravità di alcune scelte compiute». Di creatività, in effetti, ce ne vorrà parecchia in una società passivizzata, e impaurita.

LANDINI non ha escluso lo «sciopero» in uno scenario dove già fioccano annunci di manifestazioni, ciascun per sé, geloso dei propri frammenti, ma «senza bandiere», lo slogan più gettonato ieri tra le opposizioni che si fanno la concorrenza a chi prende prima la piazza. Oggi è previsto l’incontro con le strutture della Cgil, nei prossimi giorni sarà inviata una proposta di mobilitazione a Uil e Cisl. Sempre che ci siano spazi per un percorso unitario. «È il momento di unire e non di dividere le persone ed i territori, come il governo vuol fare con l’autonomia differenziata – dicono alla Cgil – È il momento della responsabilità e della fraternità, non dell’incitamento a far da sé e ad arrangiarsi».

I NODI: salari e contratti. Ii primi non aumentano, i secondi non si rinnovano. Bisogna andare a prendere i soldi dove sono. Per esempio gli extraprofitti sulle aziende che hanno speculato sull’energia, o sui farmaci, sin dallo scoppio della pandemia. Il governo parla di un contributo al 33%, secondo le norme europee e cerca i fondi per una misura che ha deluso Mario Draghi. Ieri dalla bassa cucina degli annunci è arrivato il dietrofront su «Opzione donna»: la pensione non sarebbe più legata al numero dei figli. Una norma discriminatoria per un’idea folle.