Il mondo salvato dai ragazzini era il titolo speranzoso che Elsa Morante aveva dato a una sua opera. Ma i ragazzini, oggi più di ieri e in particolare nello sport, sono stati consegnati al mercato con la complicità degli adulti, che oltre a lasciare un pianeta malato non stanno risparmiando loro neppure un futuro di probabile guerra nucleare.

Quale sarà il terreno di incontro tra il popolo ucraino e quello russo, quando le armi torneranno al silenzio? In passato è stato lo sport: le amichevoli tra le nazionali di calcio italiana e francese nell’immediato Dopoguerra, come pure quella del ‘48 tra Italia e Inghilterra disputatasi a Torino e soavemente descritta da Italo Calvino, allora cronista de l’Unità, che non era allo stadio ma seguì l’incontro passando da un bar all’altro del capoluogo piemontese. Potremmo ricordare l’incontro di ping-pong tra i cinesi e gli americani, che nel 1972 portò alla stretta di mano tra Mao e Nixon e alla riapertura dei rapporti tra la Cina e gli Usa.

Non sarà il rettangolo verde di un campo di calcio il terreno sul quale la Russia e l’Ucraina sanciranno la pace, perché il quadro geo-politico e il significato dello sport sono profondamente cambiati rispetto ad allora. Le Nazionali di calcio oggi portano dentro il germe del «nazionalismo» più becero, ce lo hanno insegnato le nazionali nate dopo la guerra nella ex-Jugoslavia, sulle quali soffia ancora il vento del nazionalismo, nonostante siano trascorsi trenta anni. Dunque, se non sarà lo sport a consolidare la pace, sarà la poesia a salvare il mondo, come sosteneva Walt Whitman, o più in particolare saranno i poeti dello sport a svegliare le coscienze?

In Italia nel dopoguerra alcuni poeti misero in versi lo sport più popolare: il calcio. Il pallone fu il primo segnale di ripresa e numerose furono le squadre che sorsero in quegli anni. Pier Paolo Pasolini e il poeta e scrittore Nico Naldini, rifugiatisi in cima al campanile della chiesa di Casarsa, durante un rastrellamento dei nazifascisti, si dissero che sarebbe stato necessario fondare una squadra di calcio subito dopo la Liberazione, perché la vita riprendesse il suo corso quotidiano. E così fecero.

Il poeta Alfonso Gatto, che seguiva anche il Giro d’Italia per l’Unità, mise in versi il ruolo del portiere nella poesia La partita di calcio: «Boccaccio era il portiere/ il gran portiere giallo/ della squadra del quartiere/ Stava all’erta come un gallo/ sulla porta del campetto di periferia».

La scelta di un calcio più d’ élite, spinse Umberto Saba a seguire le partite della Triestina allo stadio con un suo amico antiquario. Più noti i versi il «portiere caduto alla difesa ultima vana», meno quelli dedicati ai calciatori della sua Triestina in Squadra paesana, riconoscendola squadra dell’irredentismo: «Anch’io tra i molti vi saluto, rosso alabardati/ sputati dalla terra natia, da tutto un popolo amati».

Più partecipato, perché acceso tifoso nerazzurro, erano i versi del poeta di Luino Vittorio Sereni, che a Milano abitava a due passi da San Siro. La domenica raggiungeva lo stadio a piedi, quando c’era il derby vi si recava in compagnia del poeta Giovanni Giudici, tifoso milanista, ai quali si aggiungeva il poeta dialettale Franco Loi, anch’egli rossonero. Questi i versi amari di Sereni dopo una sconfitta patita dall’Inter contro la Juventus: «Il verde è sommerso in neroazzurri/ Ma le zebre venute di Piemonte/ sormontano riscosse a un hallalì/ squillato dietro barriere di folle…».

Quei poeti di sinistra, ma meno prigionieri dell’ortodossia comunista come Franco Fortini, partecipavano alla domenica del pallone ed erano emotivamente tanto coinvolti da mettere il calcio in versi. Così Giovanni Raboni nella poesia Zona Cesarini: «Il tiro, maledizione, ribattuto/ sulla linea nell’ultima convulsa/ mischia a portiere/ nettamente fuori casa, fuori causa col dito/ mignolo, con la spalla, con l’occipite».

Si discostano dalla passione calcistica i versi del fiorentino Mario Luzi, esponente dell’ermetismo, dedicati all’ascensione della montagna in 1 marzo 2005: «Il termine, la vetta/ di quella scoscesa serpentina/ ecco, si approssimava/ ormai era vicina/ ne davano un magro avvertimento i rimasugli/ di una tappa pellegrina/ su alla celestiale cima».

E i poeti «più giovani» rispetto a quelli appena citati? Maurizio Cucchi sulla morte di Gigi Meroni: « Gigi granata la zazzera/ e l’estro, la strada/ Che fosse lui, sul campo, l’ultimo/ artista a rischio?». Oppure Milo De Angelis che canta in varie poesie l’atletica praticata al Giuriati di Milano: «Lo sport ha incontrato i miei versi perché entrambi sono forme di rigore».

I poeti dello sport di oggi, che hanno scritto versi nel nuovo millennio, sono ancora figli del calcio, oppure i loro versi guardano agli sport «minori»? Franco Arminio, il paesologo, nella sua ultima silloge Atleti (HarperCollins), coglie la bellezza fuori dagli stadi: «Il garbo dell’inchino/ gli applausi e i fiori/i baci agli spettatori. Le ragazze coi pattini somigliano/alle attrici, pensano/molto al proprio ruolo/dimenticano il ghiaccio/che copre il suolo».

In altri versi Arminio, che ha praticato sport fin da bambino ed è stato un consumatore televisivo («Le Olimpiadi per me erano un lavoro. Vedevo tutto, dai tuffi all’equitazione, amavo i pugili cubani, le ginnaste rumene, le nuotatrici della Germania Est. Vedere certe gare per me era anche un modo di viaggiare: la maratona dei keniani mi portava sugli altipiani, il salto con l’asta era meglio che andare al circo. Amavo i campioni e pensavo alle loro terre, sentivo la forza dei muscoli e dei luoghi»), estende il suo sguardo poetico ad altri sport: «Siamo ginnasti e tuffatori/temiamo le giurie/gli imbrogli e gli errori: molto spesso restano/impunite le spinte/ai calciatori/non si vedono i calci/ subacquei agli amici/della pallanuoto/».

Giocando con licenza poetica con i versi di Giorgio Caproni potremmo concludere: «Buttate pure via/ ogni opera in versi o in prosa. Nessuno è mai riuscito a dire/ cos’è, nella sua essenza, lo sport».