Nel 2014, Christian Greco è nominato direttore del Museo egizio di Torino, secondo per importanza soltanto al Museo delle antichità Egizie del Cairo. Esattamente centoventi anni prima la città aveva consegnato le chiavi del palazzo di via Accademia delle Scienze a Ernesto Schiaparelli, artefice di una fondamentale riorganizzazione delle collezioni, sistemate qui nel 1824. Quarantacinque anni, egittologo e archeologo, Greco, che ama definire Schiaparelli ‘il mio maestro’, ha ereditato un’istituzione rimasta nell’ombra per buona parte del Novecento. Anzi, a dirla tutta, ci sono volute le Olimpiadi Invernali del 2006, Torino città ospite, perché i turisti italiani e internazionali rendessero onore alla bellezza dell’Egizio, incrementando del 98,3% il numero dei visitatori, oltre 550mila. Nel 2008 il pool di Isolarchitetti, in collaborazione con lo scenografo Premio Oscar Dante Ferretti, firma il progetto vincitore del concorso per un radicale riallestimento del museo, riaperto il primo aprile del 2015. La risposta del pubblico sta tutta nelle cifre: un milione di biglietti staccati nel 2016, 854 mila nel 2019. Fin dagli esordi, il nuovo direttore si è fatto interprete di una visione museale che deve imparare a leggere i segnali del presente per disegnare il proprio futuro. Le sale del palazzo dell’Accademia hanno superato confini e ruoli strettamente espositivi, trasformandosi in spazi di dialogo tra arti e scienze, di aggregazione e di scambio tra le diverse realtà culturali che oggi rappresentano il popolo delle nostre città.

Direttore, vogliamo approfondire nei dettagli l’idea di museo che ha portato con sé a Torino?
Il primo obbiettivo che mi sono posto è stato ripartire dalla ricerca, punto di forza fondamentale di ogni museo. Dunque tornare a mettere le collezioni dell’Egizio a disposizione della comunità scientifica, sviluppare un dialogo che portasse qui gli studenti e gli studiosi di tutto il mondo, fare in modo che i risultati delle ricerche fossero pubblicati e accessibili a tutti. Quando sono arrivato c’erano un curatore e un assistente curatore, oggi il Dipartimento collezioni e ricerca conta dieci curatori. Grazie agli avanzi di bilancio accumulati negli ultimi anni siamo poi riusciti a finanziare la ricerche di dottorato e post dottorato. La crisi pandemica ci ha messo di fronte alla fragilità di quel modello economico che crede che la sussistenza di un museo possa derivare dai visitatori. La vera operazione centrale è la ricerca, e occorre un grandissimo patto pubblico e privato per finanziarla. La ricerca rende i musei un’entità viva, dinamica; restituisce giustizia a quella che è la loro natura, ovvero prendersi cura delle collezioni. Prendersi cura delle collezioni significa conoscerle, condizione indispensabile per il restauro dei reperti. Senza la ricerca non possiamo neppure aprire il portone dei musei. Perché non sapremmo raccontare la biografia degli oggetti».

Il concetto di museo in quanto luogo che si limita ad esporre il proprio patrimonio è tramontato anche in Italia. Il museo interagisce su vari piani con il pubblico; propone corsi, lezioni, eventi, incontri. È, insomma, un luogo aperto. In questo senso vanno lette mostre quali Archeologia invisibile, un’idea dell’Egizio

Il nostro museo spende energie economiche, risorse umane, tempo, per sviluppare progetti di ricerca. Ad esempio nello scavo a Saqqara (grande necropoli a una trentina di chilometri da Il Cairo, ndr). I risultati vengono pubblicati su riviste specialistiche e comunicati ai colleghi durante i convegni internazionali. Mi sono chiesto ‘Ma perché non coinvolgere il pubblico, perché non renderlo partecipe di come, attraverso le ricerche, le nostre conoscenze cambiano continuamente? Archeologia invisibile rappresenta la volontà di narrare tutto questo attraverso il fil rouge della biografia dell’oggetto, già citata in precedenza. Ogni oggetto ha la sua storia: quando è stato concepito, a cosa è servito; quando è stato dimenticato, riscoperto, quando è arrivato a Torino. È così che il nostro patrimonio diviene accessibile a tutti.

Anche il web è spazio dove condividere esperienze, idee, informazioni
Certamente. Sul web siamo presenti con Rime, la rivista on line del museo, in quattro lingue più un abstract in arabo, cui si accede gratuitamente. E con Turin papyrus online platform, la piattaforma dei papiri dell’Egizio, dove stiamo scansionando i diciassettemila frammenti che provengono per la maggior parte dal villaggio di Deir el Medina (nelle vicinanze di Luxor, ndr). I frammenti testimoniano la vita quotidiana degli artigiani che costruirono le tombe della Valle del Re e di quella delle Regine. Di nuovo, l’accesso è libero e gratuito.

Museo aperto ha per lei una forte valenza sociale. Lo hanno dimostrato la sua idea di offrire il biglietto d’ingresso scontato ai cittadini torinesi del Vicino Oriente e dell’Africa; la campagna ‘Fortunato chi parla arabo’ e un progetto che ha coinvolto donne migranti di lingua araba.

A settembre 2109 si è tenuta a Kyoto l’assemblea generale dell’Icom, l’International Council of Museums, con più di tremila delegati che hanno discusso su quale debba essere la nuova definizione di museo. Non si è arrivati ad adottarne una, ma la proposta era quella di vedere i musei in quanto luoghi inclusivi, di democratizzazione, parte integrante della società. La Res publica, lo sancisce l’Articolo 9 della nostra Costituzione, tutela il patrimonio culturale, e i suoi cittadini in primis devono e possono farlo. A patto, però, che lo conoscano. Compito di chi ne ha la gestione, perciò, è connettere la cultura materiale alla comunità. E della comunità, oggi, fanno parte anche i nuovi italiani. Quando entriamo in un museo siamo messi a confronto con modi di vita ‘altri’. Lì si azzerano le diversità, ci si abitua all’inclusione. Aggiungo: l’Egizio non esisterebbe senza la generosità del popolo egiziano, che ci ha concesso di disporre di migliaia di reperti. Ancora: dire che il museo è di tutti significa abbassare il gradino che lo separa dal mondo esterno, renderlo sempre più accessibile, portarlo a chi non può venirlo a visitare. Lo facciamo da anni. La collaborazione con la casa circondariale di Torino ha portato a realizzare un apposito percorso espositivo, Liberi di imparare.

Si dice da più parti che dopo la pandemia tutto andrà ripensato. In questo tutto rientrano anche i musei. Come immagina il museo del futuro prossimo e di un futuro più lontano?

Mi immagino dei musei molto più presenti rispetto alle nuove generazioni; che non vengano visitati soltanto durante la cosiddetta gita scolastica, ma siano parte attiva della formazione nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi immagino dei musei che diventino aule abituali per gli studenti universitari, e non solo per quelli che studiano storia dell’arte e archeologia. Al Museo egizio si può insegnare economia circolare, storia della fotografia, integrazione delle tecnologie con la cultura materiale. Mi immagino dei musei che diventino laboratori di innovazione, contraddicendo l’immagine di luoghi estranei e polverosi. Al contrario, nei musei si può assistere alla trasformazione digitale, trovare risposte a molti interrogativi: come sarà la modellazione in 3d, come funzionerà l’intelligenza artificiale per farci capire le nostre radici, e da quelle radici in che modo guardare al presente e al futuro. Sogno che un giorno i musei italiani diventino gratuiti. Perché sono le nostre enciclopedie. E tutti dobbiamo essere liberi di poterle consultare.