Nella California centro-meridionale, dove il deserto è stato irrorato e reso paniere d’America, nell’arida pianura dove crescono miracolosamente il 50% degli ortaggi del paese, l’acqua è una risorsa preziosa per definizione. Scarsa da sempre, è un bene ancora più precario a causa di un mutamento climatico che ha prodotto anni consecutivi di siccità record e alimentato spaventosi incendi in gran parte dello stato. Condizioni estreme che hanno fatto impennare il costo dell’acqua sul mercato dell’irrigazione, un’inflazione che ha attirato l’attenzione di Wall street: da quest’anno l’acqua è ufficialmente quotata in borsa con la sigla «NQH2O». Il prezzo della linfa vitale e non rinnovabile del pianeta (attualmente attorno ai $500 per acre foot – circa 12000 ettolitri), viene quotato sull’indice Nasdaq e Matthew Diserio, presidente della Water Asset Management, un fondo di investimenti specializzato la definisce «un’opportunità da un trilione di dollari».

È noto che le commodity scarse e fortemente richieste – vedi l’oro o il petrolio, ad esempio – sono strumenti ideali per la speculazione, e la finanziarizzazione dell’acqua promette di essere un caso paradigmatico. Il prezzo quotato in borsa si basa su quello per l’irrigazione in 5 distretti agricoli californiani. Ma non si riferisce solo a quello effettivo, pagato dagli agricoltori. Invece «si tratta del primo derivato finanziario legato all’acqua», come si legge sul sito della Veles Water, un’altra delle aziende promotrici del listing.

Il business dell’acqua è infatti legato soprattutto al suo uso come strumento speculativo. Mediante gli algoritmi di mercato, l’acqua destinata a bagnare i campi per produrre nutrimento (in uno stato in cui il 25% della popolazione vive sotto la soglia della sicurezza alimentare) verrà quotata e resa bene economico astratto. I titoli che rappresentano il costo dell’acqua, consolidati in pacchetti di investimento – i «derivati» appunto – verranno immessi nel commercio globale della finanza, veduti e rivenduti, accorpati a portfolio di fondi di investimento e hedge fund alla pari di altri derivati (fra cui quelli basati sui mutui spazzatura che, nel 2007, rischiarono di far collassare l’intero impianto economico).

Speculazione e arbitraggio
Come avviene esattamente la transustanziazione dell’acqua in «strumento finanziario»? I derivati sono sofismi finanziari che derivano il proprio «valore» non da quello effettivo di un prodotto, un bene o del lavoro, ma da quello astratto che assegna loro la domanda e l’offerta. Sempre più rimossa dalla sua funzione vitale, l’acqua, o meglio il suo prezzo astratto, invece che nei canali agricoli, viaggerà nei bit del casinò della finanza globale: l’etere in cui gli speculatori scommettono sulle commodity in due principali modalità, la speculazione e «l’arbitraggio».

Per «speculazione» si intende, tecnicamente, una scommessa monetaria fatta in base all’aspettativa che il valore di un bene cambi nel tempo, nel «futuro». E come sa ogni appassionato di Una poltrona per due, il giro di affari dei futures, implica l’acquisto di una commodity ad un prezzo prefissato nella speranza di guadagnare sulle fluttuazioni future del mercato. Così dovrebbe funzionare anche quello dell’acqua che Diserio (della Wam) definisce entusiasta: «il maggior mercato emergente al mondo»: io compro una fornitura di acqua da ricevere fra sei mesi a $300/l’ettolitro. Se poi interviene una forte siccità che farà scarseggiare le riserve e levitare i prezzi, potrò guadagnare rivendendo l’acqua ad un prezzo doppio.

Per arbitraggio si intende l’operazione che realizza guadagni acquistando un bene in una località e rivendendolo altrove con profitto. All’origine occorre acquistare i campi agricoli che danno diritto ad acquistare l’acqua per irrigarla. Si spiega così l’improvviso interesse di alcune aziende e banche ad acquistare terreni coltivabili, specie nell’arido sudovest, col solo scopo di controllare le quote idriche e rivenderle al maggior offerente. La Water Asset Management, ad esempio, basata in grattacieli di Manhattan e San Francisco, si specializza nell’acquisizione di terreni ed annessi diritti di irrigazione in stati aridi come il Colorado e l’Arizona. Una volta assicurati, l’acqua non verrà usata per coltivare i campi bensì rivenduta al miglior offerente con lucroso guadagno. In questa regione l’operazione non è certo una novità.

Breve storia idrica del West
Per produrre il 98% dei broccoli, il 97% delle mandorle, il 89% delle prugne e quasi la metà delle frutte e ortaggi per il resto della nazione, la California dipende da una mastodontica rete di irrigazione che è vanto di ingegneria ambientale. Una volta conquistato per «grazia divina» (e con una fruttuosa aggressione al Messico) il territorio del maestoso ma arido Ovest si è subito posto infatti il problema di come irroralo della linfa vitale necessaria a trasformarlo in terra promessa. «Con l’aggiunta di acqua», dichiarò a inizio del ’900 il ministro degli interni di Herbert Hoover, Ray Lyman Wilbur, «la conquista del Sudovest, assicurerà la crescita di una grande e stabile civiltà».

 

La California è spesso funestata da terribili incendi durante i mesi più caldi. Qui una foto del 2017

Iniziata a fine ’800, la bonifica idrica è stata principalmente incentrata sullo sfruttamento del Colorado. Il grande corso d’acqua che gli indiani chiamavano Lapay’ha, «acqua rossa» è scorso per milioni di anni indisturbato dalle Montagne Rocciose fino al Golfo di Cortez, scavando nel tragitto il solco del Grand Canyon. Oggi è dirottato in centinaia di acquedotti e prese d’acqua che lo hanno ridotto a poco più di una conduttura idraulica. La storia è raccontata bene da Marc Reisner in “Cadillac Desert”

L’acqua distolta dai canali è stata ripartita fra i primi coloni arrivati, stabilendo diritti di prelazione su quote idriche successivamente codificate nel Colorado River Compact, sottoscritto nel 1922 da California, Wyoming, Nevada, Arizona, Colorado e Nuovo Messico, il trattato che stipula la ripartizione a seconda del fabbisogno di ogni stato.

La California, già all’epoca potenza politica regionale ebbe la meglio sui vicini quasi disabitati con la quota di gran lunga più consistente di acqua per i propri campi ed agrumeti a cui poté destinare 4,4 milioni di acre feet all’anno (ognuno dei quali denota la quantità necessaria a coprire un acro con 30 cm d’acqua). In seguito ci sono state revisioni e numerose recriminazioni in cui tutti sono comunque stati generalmente d’accordo su una cosa: dare il meno possibile al Messico. Da anni il fiume si spegne molti chilometri prima di raggiungere quello che era stato il suo florido estuario nel Golfo di California.

Il grande furto
In sostanza l’atto fondativo della California (e del Sud Ovest americano) è stato il commissariamento e la privatizzazione delle acque. Il conflitto attorno alla risorsa scarsa ed essenziale al progresso, si è acuito con la impressionante urbanizzazione e la crescita di città come San Diego, Las Vegas, Phoenix e Los Angeles. Lo sviluppo di quest’ultima è stato notoriamente predicato sull’importazione massiccia di acque da centinaia di chilometri di distanza. Soprattutto dalla Owens Valley, alle pendici della Sierra Nevada da dove negli anni 20 è stato costruito un canale lungo 674 km. Il flusso di acqua della Owens Valley ha alimentato la speculazione edilizia su cui è predicata la città (la premessa della trama di Chinatown di Polanski).

Allora gli agenti del Department of Water and Power azienda delle acque di LA, cominciarono ad acquisire terreni e relativi diritti di irrigazione dagli agricoltori della Owens Valley sotto le mentite spoglie di investitori agricoli. Quando, con proditorietà ante-litteram da insider trader, ebbero in mano i diritti d’uso delle acque annessi ai terreni, e venne annunciata il dirottamento nel canale verso Los Angeles, era ormai tardi perché i turlupinati coloni del luogo potessero opporsi al grande furto d’acqua che avrebbe condannato la loro ridente vallata a trasformarsi in polveroso deserto.

Nel 1924, 700 famiglie di agricoltori occuparono le chiuse e tentarono di dirottare il flusso nuovamente verso i campi moribondi. Los Angeles inviò centinaia di agenti di polizia mentre gli sceriffi del luogo presero la parte dei ribelli. Lo scontro armato venne evitato in extremis solo da un accordo che avrebbe restituito una parte delle acqua ma che non fu mai rispettato da Los Angeles. Una campagna di attentati dinamitardi contro l’acquedotto – 17 in tutto – sarebbe continuata per diversi anni fin quando la rivolta dell’acqua non venne sedata con la legge marziale e l’istituzione di guarnigioni con mitragliatrici ad intervalli regolari lungo il percorso della tubatura. Una forma di arbitraggio militarizzato che ha permesso la costruzione dell’ enorme (e insostenibile) benessere della Caliorna meridionale.

Acqua in dollari
Torniamo ora al presente e la nuova «monetizzazione» dell’acqua. Le storiche tensioni fra città e campagne non si sono mai del tutto sopite. Anzi, con la maggiore scarsità determinata dal mutamento climatico, l’insicurezza idrica è aumentata. Ad un certo punto la domanda delle città ha determinato un prezzo di offerta dei distretti agricoli detentori dei diritti di irrigazione che hanno realizzato maggiori guadagni rivendendo le proprie scorte liquide alle aziende delle acque urbane piuttosto che a destinarle alle coltivazioni. Già negli anni 90 piccoli enti come la Imperial Water District, che fino ad allora ripartivano irrigazione agli agricoltori locali, hanno assunto un potere enorme come broker corteggiato dalle città.

Ma ora con la quotazione su un vero e proprio indice telematico, si apre la prospettiva della speculazione velocizzata dei day trade le operazioni di compravenduta fulminee fra computer delle banche. Riciclata in titoli derivati, «l’acqua californiana» sarà destinata a rimbalzare nel casinò della finanza globale sotto forma pacchetti azionari e fondi di investimento. E come in ogni casinò gli elementi fondamentali della speculazione sono l’imprevedibilità e il rischio. Nell’incertezza, le scommesse vincenti possono produrre favolose ricchezze del tutto avulse dalla creazione di valore reale (ci si può ad esempio arricchire scommettendo sul fallimento di un raccolto). L’importante, come in ogni gioco d’azzardo, è che ci sia un rischio capace di creare vincitori e perdenti (e – quasi sempre – una banca che non perde mai).

Nel «paniere» californiano che vacilla perennemente sull’orlo della catastrofe ambientale, prezzo acqua è determinato dalla sua disponibilità su cui a sua volta influiscono le condizioni ambientali. Dal punto di vista del mercato più c’è incertezza, e maggiori sono le opportunità di guadagno. Secondo le brochure patinate offerte agli investitori, la compravendita dei titoli basati sul costo dell’acqua si avvarrà «dei più sofisticati algoritmi per la predizione delle condizioni ambientali e climatiche».

È l’uovo di Colombo: se per ‘uovo’ intendete un pianeta in balia di una incipiente apocalisse causata dalla crescita insostenibile ed un clima squilibrato, e per ‘Colombo’, gli speculatori che nella catastrofe ambientale ravvisano un’ottima opzione di investimento. «La nostra azienda si specializza nella creazione di strumenti finanziari customizzati», dichiara, il sito della Veles, «la cui esclusiva formula di quotazione porta trasparenza e liquidità al mercato globale dell’acqua». Sotto forma di titoli di borsa e derivati, invece che negli acquedotti i flussi d’acqua confluiranno nei laghi sotterranei di denaro nell’arcipelago occulto del denaro offshore non rintracciabile, lontano dal fisco e dal bene pubblico. Un furto più raffinato ma non meno efferato di quelli del secolo scorso.

«(L’acqua) è strettamente legata alla vita ed alla sopravvivenza ed è una risorsa la salute pubblica» ha avvertito Pedro Arrojo Arudo, il relatore speciale dell’ONU per i diritti umani e la sanità, per il quale la notizia «dimostra come un fondamentale valore umano come l’acqua sia ora sotto minaccia diretta.» D’altronde non è la prima risorsa di prima necessità a venire presa di mira dal capitalismo finanziario. Agli inizi degli anni 2000 la Enron – famigerata corporation di Houston riuscì a manipolare il mercato dell’energia per realizzare profitti miliardari. La speculazione si basò allora sul mercato dell’elettricità che sempre in California era da poco stato deregolato. I trader della multinazionale texana riuscirono a generare artificiali crisi nell’approvvigionamento, esportando energia verso altri stati per fare impennare i prezzi e provocando una serie di blackout che spinsero la California sull’orlo del collasso industriale. Mentre i cittadini ricorrevano alle candele e gli ospedali ai generatori i broker di Hosuton realizzavano favolosi utili su fulminei day-trade i cui in un batter d’occhio, con lo scambio di byte via internet, cambiavano di mano milioni di dollari. L’apoteosi della speculazione sulla pelle dei cittadini si concluse allora con la bancarotta fraudolenta della Enron (che nel frattempo aveva tentato operazioni analoghe perfino sulla la rete idrica di Buenos Aires!).

I broker dell’acqua piazzeranno le loro scommesse seduti davanti a monitor lontani migliaia di chilometri dai campi della Imperial e Central Valley californiane su cui sgobbano precari eserciti di campesinos e giornalieri. In questa perversa, definitiva versione di disaster capitalism, la perdita di un raccolto o una carestia sarebbero semplici danni collaterali del business. Ai fini della realizzazione di un guadagno infatti raccolto siccità o inondazione si equivalgono – a patto di avere fatto la scommessa giusta. Non è un caso che i mercati finanziari trattino anche direttamente la meteorologia. Sul Chicago Mercantile Exchange dalla fine degli anni ‘90 è diventato possibile acquistare weather futures e realizzare utili scommettendo su fenomeni meteorologico – dalle ondate di caldo agli uragani (sì, esiste il CME hurricane index che offre contratti derivati su velocità del vento, località di approdo o raggio complessivo di un uragano). L’azienda pioniere nei «derivati climatici»?

La Enron
Se mai dovesse servire un esempio di ’incompatibilità fra capitalismo e sopravvivenza, e dell’infinito hybris dei finanzieri, certo sarebbe questa folle speculazione in una arida regione dove negli ultimi 100 anni si sono insediate, senza riguardo per le risorse naturali, 60 milioni di persone. Una colonizzazione, arbitraria, senza logica geografica, avvenuta in luoghi dove oltretutto esiste un’ampia documentazione archeologica di civiltà indigene la cui scomparsa viene attribuita proprio a cause climatiche e insostenibilità delle risorse naturali – come le civiltà indiane Anasazi.

Ora, sullo sfondo di livelli marittimi in rialzo e incendi boschivi sempre più catastrofici – di un clima sempre più imprevedibile – il mercato mette le mani sul bene più prezioso. Chissà che i posteri non debbano un giorno rilevare le tracce di una civiltà che messa di fronte alla prospettiva della propria estinzione, invece di cercare soluzioni, decise di specularvi sopra.