Nei saggi sulla letteratura pubblicati da Einaudi prima nel volume del 2013 intitolato In questa luce e più di recente in Del narrare, Daniele Del Giudice  torna insistentemente sull’idea secondo la quale la narrativa italiana non potrebbe contare su una tradizione in grado di costituirne l’identità. Il narratore italiano, secondo Del Giudice, avrebbe infatti a disposizione sostanzialmente due lingue, nessuna delle quali formatasi all’interno di una linea nazionale: quella poetica di ritorno, ovvero la lingua della poesia sottratta alla densità del verso, e quella dei traduttori, che avrebbero costruito lo sfondo dentro il quale si muove la lingua della finzione all’italiana.

La raccolta dei «racconti di una vita» di Bruno Fonzi – apparsi originariamente da Einaudi nel 1975, che ora Quodlibet ha meritoriamente ripubblicato in Equivoci e malintesi (con un saggio di Massimo Raffaelli, pp. 452, € 22,00) potrebbe essere assunta come banco di prova della tesi di Del Giudice. Non soltanto, infatti, Fonzi è stato un narratore (anche di due romanzi, Il maligno del 1964 e Tennis del 1973); ha anche lavorato come consulente della narrativa inglese e americana, voluta da Cesare Pavese per la Einaudi, dal 1946 al 1976; e, soprattutto, è stato un grandissimo traduttore. Sua è la versione del 1945 di Addio alle armi di Hemingway, sua quella de La Nausea di Sartre, di Palme selvagge di Faulkner,  del Teatro di Arthur Miller e di Eugene O’Neill, delle Memorie di una ragazza per bene di Simon De Beauvoir; ma anche di Bergman, Sontag, Singer, Kimball, Doctorow, e altre, l’ultima delle quali di Ivi Compton-Burnett, lasciata  incompiuta.

La lingua del Fonzi narratore è certamente forgiata anche da questo immane lavoro di confronto con le tradizioni di scrittura con le quali era tanto in confidenza. Al contempo, però, essa non riflette alcun epigonismo, alcun manierismo e soprattutto è immersa in modo radicale dentro la storia italiana, dentro il suo carattere, le sue peculiarità.

Insieme precisa e discreta, capace di rendere le diverse sfumature regionali (dalla campagna marchigiana a Roma a Torino), e di descrivere gli ambienti e le classi sociali dei diversi protagonisti – contadini, nobili più o meno decaduti, burocrati ministeriali, intellettuali un po’ sfaccendati (come nel magnifico racconto romano del 1954 La contessa di Lautréamont), barboni, borghesi di diversa inclinazione – la scrittura di Fonzi è essenzialmente antiretorica, ma mai fredda e asettica: connotata piuttosto da una ironia senza giudizio, senza moralismi, tutta attenta a cogliere negli «equivoci e malintesi» la strutturale ambiguità dell’esistenza umana, nella quale il tragico e il comico si fondono fin quasi a diventare l’uno il riflesso dell’altro. È quanto accade nei due più famosi racconti contenuti nella raccolta, ovvero, Un duello sotto il fascismo e Pianti della liberazione. Nel primo, ambientato nella fase di crepuscolo del ventennio – forse uno dei testi più riusciti nel tratteggiare quella fase di passaggio in cui lo sgretolarsi di un mondo lascia trasparire, per quanto in modo ancora annebbiato, la nascita di quello nuovo – il figlio di un federale vede trasformarsi l’attesa di un duello per avere offeso un ufficiale in uno scambio di «sculacciate» con una nobildonna formosa dentro un fienile.

Nel secondo racconto, ambientato nella Roma appena liberata, un rigido Commendatore in difficoltà economica e scettico rispetto al mondo nuovo che si va profilando, si trova per uno scherzo della vita a fare esperienza di una libertà mai sperimentata prima nel letto di una donna; che solo a posteriori si rivelerà essere una prostituta, trasformando la sua gioia esplosiva in un lacerante senso di colpa.

L’ambivalenza che rende inseparabili sentimenti tra loro opposti attraversa tutti i racconti, dai primi, a cavallo tra la seconda metà degli anni ’40 e l’inizio dei’50, dominati da una tensione naturalistica, fino agli ultimi della fine degli anni ’60 e degli inizi dei ’70, che assumono tratti sempre più esistenziali: emblematico dei primi lo splendido Un peccatore del 1952, che narra di un giovane seminarista cui è concesso di trascorrere in famiglia il giorno dell’Ascensione, e che tornando alla vita semplice della sua casa rivela una sorta di nodo inscindibile tra felicità e peccato. Mentre fra i racconti dell’ultimo periodo è notevole Unisex (1974), dove una donna dell’alta borghesia sperimenta nell’amore saffico con una hippie creduta fino a poco prima un maschio quella «amara e beffarda felicità che mai s’era sognata il destino avesse in serbo per lei».

L’ambiguità dell’esistenza è però in Fonzi anche e sempre ambiguità della storia. Tutti i racconti che compongono Equivoci e malintesi sono infatti attraversamenti precisi e puntuali dei trent’anni fra l’esordio in tempi di guerra e la trasformazione dei costumi, che si va profilando alla fine degli anni ‘60. Pagine dalle quali non emerge mai un quadro compatto e a tinte nette, perché anche la storia, come la vita, è per Fonzi sempre equivoca, in bilico tra il serio e il grottesco, tra la verità e la menzogna. E in ballo non c’è la scelta di un fronte bensì l’accettazione del fatto che vita e storia si incontrano in  quell’interstizio dove la felicità si confonde con il dolore, la verità con l’inganno, il gesto eroico con la burla.

Se è vero che il luogo del narrare, come scriveva Del Giudice, è connotato dalla «consustanzialità degli opposti», per cui «trae energia dal campo di forze e di mistero che proprio per tale compresenza si genera», Fonzi è uno dei narratori italiani fra i più fedeli alla sintassi richiesta da quella zona della scrittura.