Il profilo di eccezionalità che distingue oggi un concerto del direttore Herbert Blomstedt non è soltanto quello della formidabile condizione di un musicista che all’età di novantacinque anni continua a calcare il palcoscenico con perfetto dominio delle sue facoltà. Limitarsi al pur sorprendente dato di longevità è riduttivo perché quel che conta è la qualità delle interpretazioni che Blomstedt raggiunge anno dopo anno con le diverse formazioni che dirige, indipendentemente dal fatto che quelle si trovino oggi di fronte un coetaneo di Colin Davis e Mstislav Rostropovic, più anziano di Maestri consegnati alla storia come Haitink, Kleiber e Abbado. Siano le compagini che dopo collaborazioni pluridecennali lo hanno nominato direttore onorario, Dresda e Lipsia in testa, sia un’orchestra come l’Accademia di Santa Cecilia alla quale è approdato già in piena maturità nell’ormai lontano 1994, Blomstedt riesce a suscitare nei musicisti concentrazione e aderenza incrollabile alla propria concezione interpretativa. Una visione basata sul dominio delle dinamiche, un equilibrio e una misura indefettibili che rifuggono da ogni eccesso sonoro, ma che pure soggiogano, assorbono e trascinano musicisti e pubblico. Di ritorno dopo il trionfo del marzo 2021, Blomstedt per i suoi tre concerti all’Accademia di Santa Cecilia che si concludono domani sabato 20 maggio, ha scelto di nuovo Bruckner, con la Quarta sinfonia appaiata alla Terza Sinfonia di Schubert.Una narrazione di forza plastica, fondata su una salda visione di insieme che ricomprende organicamente ogni singola tensione interna alla partitura, presentata nella seconda versione del 1881.

UN PROGRAMMA che idealmente segue la trasformazione della forma sinfonica lungo l’intero arco dell’Ottocento. La ricerca di trasparenze, felicità del fluire delle linee melodiche e vivacità delle tensioni armoniche accende l’intera sinfonia di Schubert, una rivisitazione dei modelli del classicismo Haydniano e Mozartiano sorretta da un’energia sorgiva e colorata dai vivaci incisi dei fiati, calibratissimi. Il gioco senza strappi di pieni e vuoti del Terzo movimento come la scansione degli accenti e le morbide pause che fermano per brevi istanti il vortice della tarantella del Finale, lanciata poi di nuovo a perdifiato, tracciano un ponte verso inaspettate oasi cameristiche che filtrano a più riprese da una lettura della Quarta di Bruckner di superlativa coerenza e intensità. Una narrazione di forza plastica, fondata su una salda visione di insieme che ricomprende organicamente ogni singola tensione interna alla partitura, presentata nella seconda versione del 1881.

OGNI POSSIBILE programma descrittivo viene superato, il vagheggiamento di un arcaico mondo cavalleresco è proiettato in una visione di trascendente astrazione; il punto di partenza resta dunque il dato naturale, riflesso inebriante della creazione divina. Dopo il misterioso incedere del movimento di apertura ecco il gioco di echi che trapunge il Secondo movimento, come un cesellato, arcano cerimoniale. Ancora l’ordito verticale dello Scherzo, lucente per il corrusco richiamo dei corni, intrecciato poi alle trame orizzontali della rustica danza del Trio, in cui pare rivedere amplificate le movenze del Terzo movimento schubertiano. Infine le vaste campate del finale, la magniloquenza rocciosa con cui un sapiente intreccio di incisi tematici ricapitola l’intera sinfonia, temperata dal miracolo improvviso di trasparenze evanescenti, pause e assottigliamenti, perfino il dispiego inatteso di afflati canori carichi di nostalgia. Quando la pulsazione della sinfonia giunta al culmine si arresta si segue incantati l’ultimo ampio gesto del braccio con cui Blomstedt conclude la sua e la nostra avventura sonora, che ha assunto la statura di autentica preghiera.