Jordan Peele

A svelare l’importanza dell’ascesa di Jordan Peele nel panorama cinematografico contemporaneo – al di là del semplice precipitato spettacolare, anzi, si direbbe, in opposizione a questa sovraesposizione di cose e corpi alla luce scialitica del liberismo bianco ancora in vena di razzismi – arriva il libro Black Fears Matter! Viaggio nel black horror contemporaneo (ed. Les Flâneurs) scritto dal «micro-collettivo» (così si legge nella bandella) Dikotomiko, composto da Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti, solida, diuturna militanza nel «genere», in esalazioni di carta patinata, appena stampata, cose come «Nocturno»; e indagatori e custodi compiaciuti quanto auto-ironici di quell’immaginario infantile, plasticoso, magnificamente stereotipo che fu degli anni Settanta e Ottanta.

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Pop, antropologia, mix di generi e politica: gli alieni di Jordan PeeleCHE È LA PROSPETTIVA del primo capitolo di questo volume voluminoso, a tratti cavilloso – pieno di dettagli, aneddoti, sapidi retroscena – come solo il prodotto di feticisti «compulsivi» può essere, in cui si rievocano gli anni Ottanta in virtù dell’onnipresenza di Michael Jackson e dell’horror canoro di Thriller, auspice John Landis. E poi Grace Jones, levigata, statuaria icona essudante erotismo – famelico, ferino – che calamitava le attenzioni di adolescenti in giulebbe a quel tempo, seduti al cinema il sabato pomeriggio. Ecco, oltre a certa gergalità («un botto», «di botto», «controcazzi»), tutt’uno con l’entusiasmo e la nettezza dei giudizi, c’è un tono diaristico, narrativo in questo saggio, che rivela un sotteso piacere del racconto, della rievocazione nostalgica, accostabile al piglio di Wu Ming, magari all’ultimo retro-romanzo Ufo 78, con finanche citazioni in discorso indiretto libero come «sogni mostruosamente proibiti» che fa eco, ad esempio, ai «mondi lontanissimi» del romanzo wumingiano, e così via.
Jordan Peele
Se cinque anni fa mi avessero detto che io, regista nero, avrei potuto giocare coi soldi degli studios a fare i film che amo, non ci avrei mai creduto
L’assunto da cui parte il libro riguarda la consecuzione tra il movimento antirazzista del Black Lives Matter e il cinema di Jordan Peele, soprattutto Get out (2017), che ne tradurrebbe in immagini lo spirito protestatario, rivoltoso e la consapevolezza storica, nella certezza che non vi sia genere migliore per mostrare lo scempio della schiavitù e la resistenza, che quello dell’horror. In effetti il protagonista di pelle nera una volta tanto non soccombe di fronte alla violenza dei bianchi – perfetta riedizione dello schiavismo: appropriazione indebita dei corpi di colore da parte di metabolismi bolsi, slabbrati, bavosi in pelle bianca – e anzi reagisce uscendone vincitore, sovvertendo anche il destino di uno dei modelli di eroe nero della storia del cinema, Ben (Duane Jones) nella Notte dei morti viventi (1968), che a sua volta convogliava in immagini in movimento lo spirito di quegli anni di sommovimento. Peraltro, a questo personaggio topico, secondo Roberto Silvestri che firma la postfazione al libro, «è affidato il ruolo che capovolge finalmente, dopo più di mezzo secolo, il significato simbolico di un controverso capolavoro di Griffith, Nascita di una nazione». Sarà poi Carpenter nella Cosa (1982) a far sopravvivere quello che è se non il protagonista di colore, almeno un deuteragonista, alla fine del film, come del resto farà in The Gas Station, primo episodio di Body Bags (1993) in cui la protagonista Anne (Alex Datcher), giovane ragazza nera, in un panorama di bianche figure inquietanti, sconfigge un assassino seriale.
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PERCIÒ, come si vede, non solo l’analisi approfondita dei film di Peele – e probabilmente l’analisi più dettagliata e documentata di questi film, almeno in Italia –, cioè di un autore di colore che realizza film dell’orrore con protagonisti di pelle nera e un portato ideologico, militante; ma anche una cronistoria e una critica acutissima del cinema di orrore in ambiente nero, con incursioni nella fantascienza o in qualcosa di simile, come nel caso di Attack the Block (2011). Dalla blaxploitation degli anni Settanta da cui parte per poi discostarsene in qualche modo Genja & Hess (1973) di Bill Gunn; alle declinazioni nere vampiresche, tra cui un film singolare come La Peau Blanche (2004) di Daniel Roby; alle varie versioni di Candyman; passando per Beloved (1998) di Jonathan Demme; il libro, ricchissimo di dati, bulimico di figure plastiche, proteiformi come una cosa carpenteriana, arriva fino a Nope (2022) squadernandone i livelli di lettura, i simboli, i riferimenti nascosti, elementi di un repertorio che non può rivolgersi che a se stesso, al proprio organismo fatto di cinema, di pelle, tela cinematografica che divora ogni essere si trovi nei paraggi.