«Abbiamo la prova» che armi chimiche sono state usate in Siria ma «non sappiamo da chi». Barack Obama ieri, durante una conferenza stampa, ha mosso un altro passo verso l’azione di forza in Siria invocata dal Congresso e, più di tutto, dall’opposizione siriana. Lo scenario iracheno è sempre più nitido all’orizzonte siriano. Il presidente americano allo stesso tempo si lascia un adeguato spazio di manovra.

In passato più volte aveva definito il possibile uso da parte di Damasco di armi chimiche come uno «spartiacque» nella crisi siriana tale da far entrare in azione direttamente Washington. «La prova che sono state usate armi chimiche cambierebbe tutto, farebbe rivedere tutta la gamma delle nostre risposte strategiche», ha ribadito anche ieri. Subito dopo però ha precisato di volere certezze su come e quando sono state usate arme chimiche in Siria prima di decidere quali passi intraprendere. «Non vogliamo far uscire il genio dalla bottiglia», ha spiegato Obama, alludendo al rischio di escalation incontrollate.

Qualcuno spiega che gli americani intendono stringere la corda intorno al collo di Bashar Assad, quanto basta per rendergli difficile la respirazione, ma non vogliono impiccarlo. L’Amministrazione crede che di fronte all’impossibilità di vincere la guerra che sta combattendo con i ribelli sunniti, il presidente siriano sceglierà farsi da parte. Quello che gli americani fingono di non vedere è che in Siria dal luglio 2011, da quando in Turchia venne alla luce l’Esercito libero siriano (sponsorizzato da Ankara e Doha), si combatte un drammatico conflitto strategico e politico, con forti elementi religiosi: tra le petromonarchie e l’Iran alleato di Assad, a distanza tra Tel Aviv e Tehran e tra sunniti radicali e minoranze alawita, sciita con i cristiani in una posizione delicatissima. Per tutte queste parti è una questione di vita o di morte, resistere e insistere è obbligatorio. Una soluzione politica credibile, che metta intorno ad un tavolo tutti i siriani, nessuno escluso, è l’unica strada per evitare una ripetizione del massacro visto per anni in Iraq. Deve accettarlo il regime e soprattutto le opposizioni che continuano a condizionare tutto all’uscita di scena di Assad.

Quali saranno le mosse che Obama farà se la responsabilità dell’uso di armi chimiche sarà addossata al regime? Secondo Abdelbari Atwan, direttore del quotidiano londinese in lingua araba al Quds al Arabi, il presidente americano non ordinerà un attacco militare massiccio e tanto meno impiegherà soldati sul terreno.  Piuttosto favorirà la creazione di una «zona cuscinetto» nel nordest della Siria, al confine con l’alleata Turchia, protetta da batterie antiaeree e antimissile “Patriot”. Poi lavorerà per imporre una «no-fly zone» lungo il confine tra la Siria e la Giordania, che ufficialmente servirà «a proteggere i profughi» e che in realtà sarà la base di lancio delle operazioni dei ribelli volte alla coquista di Damasco. Obama, aggiunge Abdelbari Atwan, forse lascerà a Francia e Gran Bretagna la facoltà di intervenire con proprie truppe in Siria.

Il “casus belli” potrebbe offrirlo il rifiuto di Damasco di far entrare nel Paese un team dell’Onu incaricato di indagare sull’uso delle armi chimiche. «Assad non darà mai il via libera perchè sa che gli investigatori lo umilieranno andando a controllare persino nella sua stanza da letto, proprio come avvenuto nel caso nel presidente iracheno Saddam Hussein», spiega il direttore di al Quds al Arabi. Da parte sua Damasco denuncia l’esistenza di «una strategia internazionale coordinata» per accusarla di aver utilizzato armi chimiche. In questo clima è passato in secondo piano l’ennesimo attentato compiuto, ieri nella capitale, e che ha ucciso 14 siriani, quasi tutti civili.