Lo scorso ottobre, l’organizzazione Women in Robotics ha incluso Agnieszka Wykowska nella lista delle «50 donne da conoscere nella robotica mondiale nel 2022». Nonostante la giovane età, Wykowska guida il gruppo di ricerca dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova che studia l’interazione tra umani e robot, tema di cui parlerà nell’incontro previsto domani al Festival delle Scienze di Roma.
All’Iit ha messo a punto una nuova versione del «test di Turing» per stabilire se un robot sia evoluto al punto da diventare indistinguibile da una persona. Il test che ci servirà sempre più spesso nei prossimi tempi: i robot e l’intelligenza artificiale si fanno strada nel nostro habitat quotidiano ma non abbiamo ancora capito se siano una minaccia o un alleato. «Da ricercatrice, sono più attratta dalle opportunità offerte da robot e macchine intelligenti del futuro. Possono essere di aiuto in ambito sanitario, nell’assistenza agli anziani e nelle attività quotidiane meno attraenti. Nel mio laboratorio abbiamo sviluppato un ambiente per allenare le competenze socio-cognitive dei bambini con un disturbo dello spettro autistico. Dopo un breve periodo di attività bisettimanale con i robot, i bambini migliorano significativamente. La verifica viene svolta dopo la seduta con un terapeuta, da cui emerge che le competenze acquisite dai bambini nell’interazione umano-robot si generalizzano all’interazione tra persone. È un esempio di come i robot possano esserci utili».

Quali fattori determinano fiducia nei robot e nell’intelligenza artificiale?
Non parlerei di fiducia in senso stretto, ma di due concetti strettamente collegati: la sintonia sociale e l’attribuzione di intenzionalità ai robot. La sintonia è legata alla fiducia, nel senso che più ci sentiamo in sintonia con qualcuno e più siano portati a fidarcene. L’attribuzione dell’intenzionalità ci aiuta a spiegare o prevedere il comportamento di altri umani a partire dagli stati mentali. Se vedo qualcuno afferrare un bicchiere d’acqua, posso pensare «egli vuole bere» o «crede che l’acqua faccia passare la sete». «Volere» e «credere» sono stati mentali. Se ritengo che il comportamento sia una conseguenza di questi stati mentali, gli sto attribuendo un’intenzionalità. La relazione con l’intenzionalità è meno diretta: l’intenzionalità implica maggiore autonomia e macchine più autonome potrebbero generare più diffidenza rispetto a quelle programmate per seguire un algoritmo. Ma si tratta di speculazioni: il rapporto tra fiducia, intenzionalità e sintonia deve essere ancora approfondito.

Per quanto ne sappiamo, un robot dotato di intenzione ci ispira fiducia o ci spaventa?
La questione è se e in quali condizioni l’attribuiamo a robot umanoidi e li trattiamo come agenti intenzionali simili agli umani evocando gli stessi meccanismi socio-cognitivi. Questo può indurci a includerli nella nostra sfera sociale. In effetti, alcuni nostri esperimenti mostrano che attribuire intenzionalità ci porta ad attivare i meccanismi tipici dell’interazione interpersonale. D’altro canto, può condurci in errore perché i robot non sono agenti intenzionali come noi. Dobbiamo essere sicuri che questo sia chiaro agli utenti dei robot, affinché non ne sviluppino una percezione falsata.

Le implicazioni etiche stanno rallentando l’ingresso dei robot nella società? Come ad esempio le auto a guida autonoma, che in situazioni di emergenza devono valutare se sacrificare il guidatore o i passanti.
Ci sono molti problemi etici da risolvere prima di introdurre i robot nella vita quotidiana. Ma questo non deve fermare il progresso tecnologico, perché i ricercatori sono consapevoli delle potenziali implicazioni etiche e i robot potrebbero arrecarci grandi benefici. L’approccio migliore è che scienziati ed esperti di etica lavorino insieme per realizzare il miglior risultato dal punto di vista della società. Se lo adotteremo, dovremmo comunicarlo molto esplicitamente all’opinione pubblica per ridurre le paure e aumentare l’accettazione e l’inclusione dei robot nel quotidiano.

Ci sono differenze nel modo in cui uomini e donne interagiscono con le macchine?
Non c’è una risposta univoca. La parola «interazione» significa molte cose diverse: non è detto che una differenza di genere in una data situazione debba generalizzarsi a altri contesti o altri robot. Una cosa è interagire con un robot umanoide in un contesto educativo, altro è avere a che fare con un braccio robotico non umanoide in fabbrica. Nei nostri studi, abbiamo osservato differenze di genere nell’attribuzione di umanità a un avatar robotico. In particolare, una donna percepisce come umano il comportamento di un robot con maggiore facilità rispetto a un uomo. Come però questo modifichi l’interazione è ancora da comprendere.

L’interazione tra le persone e i robot ci insegna anche qualcosa anche su quella fra le persone?
I robot umanoidi sono un strumento eccellente per studiare l’interazione tra cervelli umani. Da un lato, propongono un’interazione più «naturale» rispetto agli stimoli presentati sullo schermo bidimensionale di un computer; dall’altro, possono essere controllati molto bene. Per esempio, se si studia l’impatto dello sguardo nell’attenzione umana, si può programmare il robot affinché sia in contatto visivo con un volontario umano per un tempo ben preciso, un livello di controllo sperimentale irraggiungibile lavorando solo con partecipanti umani. La combinazione di «naturalezza» e controllo permette di comprendere i meccanismi coinvolti nell’interazione. Per esempio, quanto deve durare uno sguardo per modificare l’attenzione? Quanto deve durare per non apparire innaturale? Usando i robot, si può rispondere a queste domande.
In uno dei nostri studi abbiamo dimostrato che il contatto visivo con un interlocutore – nel nostro caso, un robot – riduce la performance in un gioco competitivo, in quanto distrae l’attenzione. Risultati simili ci permettono di studiare la cognizione non solo nell’interazione tra umani e robot ma, più in generale, nell’interazione con gli altri.