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Editoriale

Vincitori di un popolo in fuga

Pochi ma buoni. Dei 5 milioni di cittadini chiamati ai ballottaggi, circa la metà votava a Roma, dove per il neosindaco è andato ai seggi un elettore su quattro, con un collasso della rappresentanza che ci restituisce la sostanza di una pallida democrazia

Un anno dopo le elezioni regionali celebrate in piena pandemia, quando la cartina geografica, dal Piemonte alla Sicilia, era dominata dal centrodestra, l’orientamento restituito dal voto comunale questa volta porta le insegne vincenti del centrosinistra, con un risultato per molti versi sorprendente. E dunque ieri ha avuto buon gioco il segretario del Pd nel sottolineare come «i nostri elettori siano più avanti di noi», perché i voti piddini e quelli pentastellati «si sono mescolati», a Roma come a Torino.

Le leadership di Letta e di Conte ne escono rafforzate, sia all’interno dei rispettivi recinti, sia all’esterno, su quanti, da Renzi a Calenda, mal digeriscono l’alleanza giallorossa. Naturalmente quando verrà il turno delle elezioni politiche (e ancor prima quella del presidente della Repubblica) i giochi saranno di altra natura, e nulla autorizza trionfalistiche conclusioni.

Godiamoci dunque il pesante cappotto del 5 a 0 subito dalle destre nelle principali città. Rimonta non riuscita a Trieste, ma qui va fatto un discorso a parte. Aver sventato il pericolo di ritrovarsi il tribuno radiofonico Enrico Michetti, beniamino di Meloni, come sindaco di Roma, è già un gran sollievo. Ma è bene sapere che si tratta di una vittoria dimezzata per la semplice ragione che il primo cittadino della Capitale, Roberto Gualtieri, vanta la più bassa percentuale della storia degli ultimi decenni.

Dei 5 milioni di cittadini chiamati ai ballottaggi, circa la metà votava a Roma, dove per il neosindaco è andato ai seggi un elettore su quattro, con un collasso della rappresentanza che ci restituisce la sostanza di una pallida democrazia. Tanto più che a ritirarsi dalla partecipazione sono state le periferie sociali, aggravando l’astensione record del primo turno e confermando la crisi nera dei partiti, svuotati dal draghiano governo di unità nazionale.

Infine l’amara ciliegina sulla torta: su 145 candidati di questa sfida solo 25 erano le donne in gioco, nessuna in campo per quelle più importanti, nessuna del Pd. Facendo assomigliare il paese delle cento città a una vecchia caserma.

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