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Editoriale

È nato un nuovo Sessantotto

Autunno caldo. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali

In modo travolgente e libero, un’onda giovanissima ha invaso pacificamente le piazze, in Italia e nel mondo, facendoci assistere a qualcosa di nuovo. Slogan tipo «abbiamo l’acqua alla gola» spiegano bene la sensazione da ultima spiaggia che viene denunciata perché il possibile infarto del Pianeta invia segnali pressanti di apocalittiche distruzioni.

E se siamo con l’acqua alla gola il tema merita di essere messo al centro della politica del futuro come l’unica alternativa.

La giovane Greta è il volto di una ragazzina svedese che è riuscita a dare un clamoroso fischio di avvio alla battaglia di un movimento che nasce nelle democrazie occidentali, come quello del ’68 del secolo scorso, con cui ha in comune l’estensione, i luoghi della partecipazione giovanile, la grande capacità di mobilitazione, la forza unificante degli slogan, l’idiosincrasia da parte degli adulti.

Le diversità invece sono generazionali (i teenagers oggi gli universitari ieri), politiche (non vengono presi di mira i governi reazionari ma tutti i governi incapaci di affrontare i temi ambientali), ideologiche (nel ’68 venivano acclamati i personaggi simbolo delle lotte di classe, oggi c’è una ragazzina con grandi capacità comunicative). E mediatiche. Anzi, forse questa è la differenza più forte con il passato. La potenza della rete mette insieme proposte, idee, iniziative in brevissimo tempo riescono a mobilitare milioni di persone.

I ragazzi che contestavano 50anni fa avevano contro i governi e la repressione, volevano scardinare il potere (baronale, politico, aziendale), i ragazzi che protestano adesso sanno invece che le controparti non possono restare indifferenti nei confronti di chi lotta per salvare il Pianeta. I veri nemici saranno dunque le grandi potenze mondiali, le multinazionali, incapaci di trovare alternative all’attuale modello di crescita economica.

Questi ragazzi sanno benissimo cosa significa fermare la corsa verso la distruzione dell’ambiente, sanno cosa dice la scienza e sono forse gli unici che prendono sul serio le Conferenze sul clima, gli studi internazionali sui rischi che corre il mondo in cui si troveranno a vivere nel 2050, quando nemmeno trentenni avranno davanti scenari assai più foschi dei nostri.

La straordinaria forza delle manifestazioni interpella un governo appena nato che dovrebbe saper corrispondere alla domanda politica delle giovani generazioni, le prime a essere penalizzate, sotto ogni aspetto, rispetto alla generazione precedente. Non sarà facile per l’arretratezza culturale del nostro paese, a cui ha contribuito anche una sinistra novecentesca che storicamente, nella battaglia per un altro modello di sviluppo, non ha mai affrontato la questione ecologica. Se ne sono accorti tutti quando è esplosa la tragedia dell’Ilva di Taranto, quando la contraddizione tra lavoro e salute ha messo in evidenza la ruggine della vecchia cassetta degli attrezzi.

A questo punto non importa da dove si comincia dal momento che c’è assai poco da conservare e molto da cambiare. Questo movimento, con la sua carica di utopia rigenerante, mette al centro della scena niente di meno che il cambiamento di un modello di sviluppo non più sopportabile per i catastrofici risultati, naturali e sociali. La battaglia in difesa della Terra presuppone nuovi modelli produttivi, nuovi comportamenti individuali e collettivi, nuovi protagonisti sociali, nuovi obiettivi. E prima lo capiamo meglio sarà.

C’è un altro aspetto, in questo caso di palese disinformazione, sugli scioperi per il clima, quando si imputa la dimenticanza dei popoli più poveri del Pianeta.

Come se non fosse abbastanza chiaro che i paesi saccheggiati dalle loro materie prime, spesso con la forza delle guerre, sono le prime vittime di un’economia rovinosa per territori e persone.

Questo impetuoso movimento arriva in un momento di passaggio anche per le sorti di una Unione europea che con le sue ricette economiche è riuscita a creare disuguaglianze crescenti e con la sua scarsa lungimiranza sulle politiche migratorie ha gonfiato le vele delle destre xenofobe. E induce alla speranza il fatto che già un’altra Europa è in prima fila, in un continente forte di una presenza storica di un movimento ecologista, sempre più popolare anche a livello elettorale.