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Editoriale

Non dobbiamo abbandonare il campo

L'ingresso del Lingotto

L'ingresso del Lingotto

Non c’è bisogno di scomodare Voltaire o scrivere un nuovo Trattato sulla tolleranza, molto più semplicemente sono d’accordo con Michela Murgia: «io vado a Torino, non lasciamo la Fiera ai fascisti». Il trambusto che agita il Salone si riferisce alla presenza di una casa editrice vicina a CasaPound, alla mostra con un libro-intervista al ministro dell’interno Salvini, pura merce fascistoide, come l’ha definita lo storico Luciano Canfora, un articolo che, purtroppo, in questo momento si vende come un gadget assai popolare.

È del tutto legittimo, e non c’è proprio niente da scandalizzarsi, nel chiedere che la casa editrice, diretta da una persona che apertamente rivendica («Sono fascista, il problema è l’antifascismo»), sia messa fuori dalla Fiera. O scegliere individualmente, come autore, di non presentare il proprio libro. Sta poi all’organizzazione del Salone decidere, e la determinazione, all’unanimità, alla fine è stata di non espellere nessuno.

Anche lo scrittore Christian Raimo, motore della protesta con le dimissioni da consulente, fa sapere che ci andrà pur se a titolo personale perché, dice, non vuole perdersi la migliore Fiera del libro degli ultimi anni.
«Se CasaPound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio? Me ne vado dal quartiere?». La domanda della scrittrice Murgia è retorica perché, abbiamo appena attraversato un 25 Aprile di lotta, di fronte ai fascisti non si arretra e, non meno rilevante, l’arma della censura, lo abbiamo imparato, è sempre a doppio taglio.

La motivazione di non lasciare il campo travalica poi l’aspetto politico, per investire quello culturale – stiamo parlando di libri, di case editrici. I compagni della vecchia scuola consigliavano a noi giovani, un po’ sorpresi, di leggere il Mein Kampf, di leggerlo e rileggerlo per capire l’infamia del nazismo nella storia.

Oltretutto se portassimo alle estreme conseguenze la scelta di non partecipare al grande mercato librario, nell’anno in cui ricorre il centenario della nascita di Primo Levi, e moltissimi saranno i dibattiti sul tema del fascismo, della xenofobia, del razzismo, il risultato sarebbe l’annullamento del Salone, con i sentiti ringraziamenti di chi si vede promosso all’insperato ruolo di pietra dello scandalo. Un formidabile boomerang.