closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il Pd declina, Renzi vince, sinistra al bivio

Valentino Parlato era andato al gazebo del centro storico di Roma per votare Orlando contro Renzi, aveva appena preso la tessera di Sinistra italiana dopo aver votato Raggi al comune della Capitale. Scelte contraddittorie solo in apparenza, solo per chi pensa che la politica viva di identità nominalistiche e non di capacità di lettura del complicato panorama politico italiano.

Solo per chi pensa che la politica non ci impegni ogni giorno in un gioco a tutto campo. Come invece richiederebbe il sommovimento sociale e politico in atto nel nostro paese. Non andare ai gazebo o sceglierli a favore di candidati in sfida con Renzi sono state, invece, due risposte di sinistra che il risultato delle primarie ci consegna.

I numeri sono arrivati con fatica, con tutte le opacità di votazioni aperte, anche troppo a giudicare da certe contestazioni dei voti al sud. Ma in ogni caso le primarie ci presentano l’ossimoro di un piccolo plebiscito al leader ottenuto al caro prezzo di lasciare per strada circa un milione di voti rispetto al grande plebiscito del 2013, l’inizio della scalata renziana al Pd. Perché le regioni rosse hanno dimezzato, la Sicilia ha fatto mancare al segretario un rotondo 10% quando mancano sei mesi alle Regionali d’autunno, le periferie hanno disertato, l’età è schizzata con gli over 65 al 40% quando nel 2013 arrivava al 29%, mentre i giovani che hanno votato in massa No al referendum, ai gazebo si sono ritrovati in uno spazio del 15%.

L’ossimoro in realtà è la fotografia del declino del Pd: Renzi vince perché il Pd perde incassando una sconfitta che si allinea a due tornate amministrative e un referendum persi di brutto. Calano i voti al partito e aumentano le percentuali nazionali del segretario, più che vasi comunicanti, vasi inconciliabili.

Del resto il rafforzamento di Renzi era l’obiettivo cercato e scontato per avviare una rincorsa elettorale che nulla concede alla sinistra dentro e fuori il Pd, come è stato subito chiarito da Renzi medesimo («Vogliamo fare una grande coalizione con i cittadini non con i presunti partiti che non rappresentano nemmeno se stessi»).

Un biglietto da visita che al massimo concederebbe a Giuliano Pisapia di entrare in un listone. Offerta rispedita al mittente dall’interessato.

In questa metamorfosi declinante di un Pd compiutamente renziano, non si vede quali carte da giocare abbiano i suoi contendenti che si ritrovano di fronte a un bivio: restare e compilare diligentemente corposi documenti da archiviare, o uscire dal PdR (partito di Renzi) e unirsi a chi già ha consumato l’abbandono della Ditta per avviare un processo “sostituente”, ideale e programmatico, per una forza di sinistra capace di agguantare quel 10% alle prossime elezioni, indicato come lo spazio politico che i sondaggi e queste primarie fanno intravedere.

Naturalmente siamo nel regno della probabilità perché tutto è da costruire e sappiamo quanto contano, purtroppo, le reciproche ostilità di un ceto politico capace di primeggiare nell’arte della divisione, quanto siano spesso solo declamatorie le bandiere che si sventolano senza curarsi di una doverosa credibilità, quanto ciecamente la costruzione di una leadership sia ancora confinata tra alcuni primi uomini mentre la carta nuova e importante sarebbe finalmente di vedere il profilo di una donna, e, infine, quanto sia ancora forte la storica tara del “tanto peggio tanto meglio”.

Ne vedremo tra qualche giorno il risultato quando sapremo chi vincerà le presidenziali francesi e quale sarà il contributo di France insoumis alla luce della consultazione on line che parla di un 19 per cento di elettori di Mélenchon diretti verso l’estrema destra di Marine Le Pen.