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Editoriale

Il Pd declina, Renzi vince, sinistra al bivio

Valentino Parlato era andato al gazebo del centro storico di Roma per votare Orlando contro Renzi, aveva appena preso la tessera di Sinistra italiana dopo aver votato Raggi al comune della Capitale. Scelte contraddittorie solo in apparenza, solo per chi pensa che la politica viva di identità nominalistiche e non di capacità di lettura del complicato panorama politico italiano.

Solo per chi pensa che la politica non ci impegni ogni giorno in un gioco a tutto campo. Come invece richiederebbe il sommovimento sociale e politico in atto nel nostro paese. Non andare ai gazebo o sceglierli a favore di candidati in sfida con Renzi sono state, invece, due risposte di sinistra che il risultato delle primarie ci consegna.

I numeri sono arrivati con fatica, con tutte le opacità di votazioni aperte, anche troppo a giudicare da certe contestazioni dei voti al sud. Ma in ogni caso le primarie ci presentano l’ossimoro di un piccolo plebiscito al leader ottenuto al caro prezzo di lasciare per strada circa un milione di voti rispetto al grande plebiscito del 2013, l’inizio della scalata renziana al Pd. Perché le regioni rosse hanno dimezzato, la Sicilia ha fatto mancare al segretario un rotondo 10% quando mancano sei mesi alle Regionali d’autunno, le periferie hanno disertato, l’età è schizzata con gli over 65 al 40% quando nel 2013 arrivava al 29%, mentre i giovani che hanno votato in massa No al referendum, ai gazebo si sono ritrovati in uno spazio del 15%.

L’ossimoro in realtà è la fotografia del declino del Pd: Renzi vince perché il Pd perde incassando una sconfitta che si allinea a due tornate amministrative e un referendum persi di brutto. Calano i voti al partito e aumentano le percentuali nazionali del segretario, più che vasi comunicanti, vasi inconciliabili.

Del resto il rafforzamento di Renzi era l’obiettivo cercato e scontato per avviare una rincorsa elettorale che nulla concede alla sinistra dentro e fuori il Pd, come è stato subito chiarito da Renzi medesimo («Vogliamo fare una grande coalizione con i cittadini non con i presunti partiti che non rappresentano nemmeno se stessi»).

Un biglietto da visita che al massimo concederebbe a Giuliano Pisapia di entrare in un listone. Offerta rispedita al mittente dall’interessato.

In questa metamorfosi declinante di un Pd compiutamente renziano, non si vede quali carte da giocare abbiano i suoi contendenti che si ritrovano di fronte a un bivio: restare e compilare diligentemente corposi documenti da archiviare, o uscire dal PdR (partito di Renzi) e unirsi a chi già ha consumato l’abbandono della Ditta per avviare un processo “sostituente”, ideale e programmatico, per una forza di sinistra capace di agguantare quel 10% alle prossime elezioni, indicato come lo spazio politico che i sondaggi e queste primarie fanno intravedere.

Naturalmente siamo nel regno della probabilità perché tutto è da costruire e sappiamo quanto contano, purtroppo, le reciproche ostilità di un ceto politico capace di primeggiare nell’arte della divisione, quanto siano spesso solo declamatorie le bandiere che si sventolano senza curarsi di una doverosa credibilità, quanto ciecamente la costruzione di una leadership sia ancora confinata tra alcuni primi uomini mentre la carta nuova e importante sarebbe finalmente di vedere il profilo di una donna, e, infine, quanto sia ancora forte la storica tara del “tanto peggio tanto meglio”.

Ne vedremo tra qualche giorno il risultato quando sapremo chi vincerà le presidenziali francesi e quale sarà il contributo di France insoumis alla luce della consultazione on line che parla di un 19 per cento di elettori di Mélenchon diretti verso l’estrema destra di Marine Le Pen.

  • Piero Giombi

    Nel giugno 1983, scrisse: “Non moriremo democristiani.” Ora e’ morto. Ma di che partito fosse, non lo sapeva neppure lui. Idee confuse, come al solito al Manifesto. E ora, scusate, vado a votare 5 Stelle, a iscrivermi a Sinistra Italiana e a partecipare alle primarie del PD.

  • WalterD

    Possible che dopo 150 anni di storia socialista (e comunista) non si arrivi a capire che i primi a pagare il conto che deriva dall’elezione di un governo di destra (estrema , nel caso Francese) sono proprio quelli di sinistra ?! Come possono gli elettori di “France Insoumise” fregarsene e non votare o peggio votare la Le Pen , senza capire che i primi che “verranno a prendere” sono proprio loro ? A quale livello di idiozia si e’ votata la sinistra europea ? Ma sono diventati tutti matti ? I nostri amici di France Insomise pensano di avere vita piu’ facile nella Francia fascista ? Pensano che i diritti dei lavoratori si possano difendere meglio con il nazionalismo ? Ma si ricordano o no gli sfasci del nazional socialismo dal quale il partito di Le Pen discende direttamente ? Ma hanno mai letto qualche riga di Lenin, cosi’ per sbaglio ?! Paragonare un governo democratico per quanto di centro come quello che propone Macron e’ un obiettivo di medio periodo senza ombra di dubbio migliore dei disastri di un governo di estrema destra. Non posso capire, ne’ qualificare di sinistra chi supporta direttamente o indirettamente Marie Le Pen.

  • Giacomo Casarino

    Ritengo che i due candidati presidenziali siano entrambi il problema e non la soluzione. Per chi intende riaffermare dei seri processi di uguaglianza e progresso sociale in Europa, non c’è alcuna differenza tra la destra liberista incarnata dal banchiere Macron e la destra reazionaria rappresentata dalla Le Pen. Ritenere che uno dei due possa rappresentare il “meno peggio” è una dolorosa illusione, la stessa che ha logorato e infine liquidato la sinistra in Italia negli anni del berlusconismo. In Francia come in Italia l’unica posizione coerentemente antifascista non è votare contro le forze di estrema destra ma sconfiggere il blocco reazionario dei banchieri e dei padroni che le alimenta. Esattamente come nelle malattie: combattere i sintomi è importante ma per guarire bisogna combatterne le cause. Oggi l’avanzata di forze di estrema destra è il sintomo, ma la causa risiede nell’azione di quelle forze di centro e di centrosinistra che applicano politiche antipopolari. L’opzione rappresentata da France Insoumise e da Mèlenchon ha dimostrato che una linea politica di rottura con i diktat dell’Unione Europea può raccogliere ampi consensi nei settori popolari e sottrarli così alla demagogia della destra. Consensi che sul piano politico, incluso quello elettorale delle prossime elezioni francesi a giugno, possono materializzare le forze per spostare in avanti la lotta per un vero cambiamento sociale, non disperdendo la rabbia manifestatasi con le imponenti mobilitazioni popolari contro la Loi de Travail. Bene faranno i militanti, gli attivisti, i sostenitori di France Insoumise che non accetteranno per il ballottaggio il ricatto del “voto repubblicano” contro il Front National. Gli interessi rappresentati da Macron sono apertamente antagonisti a quelli dei lavoratori, dei disoccupati, del proletariato metropolitano delle banlieue. Quelli della destra sono inaccettabili per chi punta alla ricomposizione di tutti i settori sociali, inclusi i migranti, massacrati dai diktat dell’Unione Europea. Eurostop si augura che la sinistra popolare aggregatasi intorno a France Insoumise e alla candidatura Mèlenchon tenga duro sulla sua posizione sulla irriformabilità dell’Unione Europea. Sarebbe una indicazione di indipendenza politica enorme e decisiva per riaprire la partita del cambiamento politico e sociale in Europa (Ripreso da comunicato della Piattaforma Sociale Eurostop).

  • ales

    Anche io non posso capire, né qualificare di sinistra chi supporta direttamente e indirettamente Macron.

  • WalterD

    Nella terza internazionale ci furono dibattiti molto accesi, prevalse la linea dura contro le socialdemocrazie, spalancando le porte al fascismo ed al nazismo. Linea supportata con forza da quel “sant’uomo” di Stalin. Niente di nuovo putroppo, gli stessi errori di 80 anni fa.

  • ales

    L’appoggio di Sanders alla Clinton ha impedito forse la vittoria di Trump?