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Editoriale

Destra mutante, M5S sotto schiaffo, Sinistra in apnea

A gran velocità nel processo di mutazione della destra italiana, il voto amministrativo ha acceso un grande semaforo verde per la Lega che corre portandosi dietro tutto il centrodestra. Per i 5Stelle il semaforo ha fatto scattare la luce gialla della frenata e in alcuni casi, per esempio nei due mega-municipi di Roma, quella rossa della sconfitta.

L’avanzata leghista, significativamente al ballottaggio in una città simbolo come Terni, premia la propaganda da pugno di ferro contro l’immigrazione, con annessa guerra ai nuovi schiavi che «rubano il lavoro agli italiani». Il voto amministrativo conferma questa impronta culturale, in linea con quello politico del 4 marzo e con l’attuale assetto del governo gialloverde.

La voce grossa di Salvini sovrasta quella dei 5Stelle sull’immigrazione, e non solo. Il partito di Di Maio parla con voci diverse, da quella del sindaco di Livorno Nogarin al presidente della Camera Fico, a quella di altri parlamentari e consiglieri pentastellati.

La forza propulsiva della Lega, che riprende Treviso al Pd, fa man bassa a Pisa, dove diventa il primo partito, porta Siena e Imola al ballottaggio, lascia poco spazio ai ragionamenti che pure inevitabilmente i fattori puramente localistici del voto comportano (per esempio la resurrezione di Scajola a Imperia).

Per effetto della locomotiva leghista al centro-nord, o a causa delle liste civiche dei potentati di sempre al Sud (Catania e Messina), il centrodestra, di lotta e di governo, da palazzo Chigi e dall’opposizione, domenica ha fatto man bassa.

Il Pd, il partito che secondo l’ex ministro Orlando «non esiste più in gran parte del paese», prende il sindaco a Trapani e a Brescia, e spera nei ballottaggi. Dove però potrebbe essere definitivamente cancellato dal possibile sommarsi dei voti pentastellati e leghisti, avversari ovunque al primo turno, ma possibili alleati nel secondo e decisivo round. E se, proprio in polemica con Orlando, l’ex presidente del consiglio Gentiloni tenta di rincuorare la base osservando che «forse la notizia della morte del Pd era esagerata», vuol dire che, allo stato dei fatti, basta galleggiare per esistere.

Dentro la battaglia nazionale ingaggiata dai partiti soprattutto nei venti capoluoghi, nella Capitale c’è stata una sfida municipale assai significativa. Due municipi erano chiamati a elezioni anticipate per la crisi nella stessa maggioranza pentastellata innescata dalle dimissioni di alcuni consiglieri. A Roma, dove governa la sindaca Raggi ormai da due anni, i 5Stelle subiscono una dura batosta.

Se si considera che una sola delle due municipalità (la zona est) conta 200mila abitanti, quanti una città grande come Trieste, è evidente il peso di un risultato che punisce i grillini e premia lo schieramento di centrosinistra. Tuttavia sarebbe saggio non indulgere a facili entusiasmi: i romani chiamati alle urne non hanno nemmeno raggiunto un terzo dei votanti fermandosi al minimo storico del 26% quando solo alle ultime elezioni regionali aveva votato il 66%. Tutti gli altri, la grande maggioranza del 70% di questa enorme fetta di città, ha preferito andare al mare.