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Visioni

Vecchiaia, giovinezza, malattia. Una contemplazione dell’umanità

Berlinale 70. Incontro con il regista Tsai Ming -liang, in concorso con il nuovo film «Days-Giorni». «Il mio non è un film muto i protagonisti sono due uomini che non si conoscono e non hanno una lingua comune, per cui non ci sono molte parole fra loro»

Tsai Ming-liang

Tsai Ming-liang

«Quando faccio un film non mi pongo il problema se delle scene verranno tagliate, o il film stesso sarà bandito da alcuni paesi» spiega Tsai Ming-liang a chi gli chiede se è preoccupato che la rappresentazione di un incontro d’amore omosessuale nel film che presenta in concorso alla Berlinale, Days, possa incorrere nella censura nel suo paese, Taiwan. «Nella scena in cui Non (uno dei due protagonisti interpretato da Anong Houngheuangsy, ndr) massaggia Kang (il volto ricorrente di tutti i suoi film, Lee Kang-Sheng, ndr) volevo che tutto il pubblico percepisse quel massaggio, in cui si tocca un corpo per arrivare a toccarne l’anima».

IL PUNTO di partenza di Days, racconta il regista, è stato il desiderio di lavorare ancora con Lee Kang-Sheng: «È stato malato a lungo, per tre o quattro anni, e aveva già avuto lo stesso male vent’anni fa. Per questo trovavo che fosse fondamentale filmarlo, per lasciare una traccia visiva di lui e dei suoi problemi fisici. La giustapposizione delle storie dei due protagonisti consente di contemplare l’umanità: la gioventù, la vecchiaia, la malattia».

L’INCONTRO con Houngheuangsy è invece avvenuto casualmente in Thailandia: «Mi sono particolarmente interessato alla vita che conduce, da migrante del Laos che lavora in Thailandia – anzi fa più di un lavoro senza riuscire a vedere un grande futuro davanti a sé: la realtà condivisa dalla maggior parte dei lavoratori migranti nel paese». «Potreste pensare che il mio sia un personaggio – aggiunge infatti Houngheuangsy – ma questo non sarebbe vero. Quella del film è la realtà della mia vita quotidiana a Bangkok. Sono io». E la «colonna sonora» è altrettanto fedele alla realtà: «Il mio non è un film muto – spiega Tsai Ming-liang a chi gli chiede della quasi totale assenza di dialoghi – i protagonisti sono due uomini che non si conoscono e non hanno una lingua comune, per cui non ci sono molte parole fra loro. Ma allo stesso tempo mi piace il rumore di sottofondo, che ci comunica la presenza del mondo intorno ai personaggi: il suono nel film è usato in questo modo, per restituire tutti i rumori che si sentono nella realtà – è un altro genere di colonna sonora su cui ho lavorato molto a lungo proprio perché fosse il più fedele possibile al mondo reale».