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Editoriale

Un Donald Trump da mille e una guerra

Medio oriente. Da stasera è a Roma - in attesa dell’incontro «redentore» con il papa - con la richiesta all’Italia di più truppe in Afghanistan. E senza una protesta pacifista

Re Salman dell'Arabia Saudita premia Donald Trump

I paragoni si sprecano e si sprecheranno sul discorso di Donald Trump a Riyadh con quello di Obama al Cairo nel 2009. Lì c’erano gli studenti e le giovani generazioni mediorientali come interlocutori, qui i potenti del Medio Oriente solo sunnita, vale a dire le leadership che dipendono dalla centralità regionale e mondiale delle petromonarchie del Golfo, in primo luogo dall’Arabia saudita non a caso location del discorso di Trump.

Perché l’obiettivo del discorso era anche quello, per ammissione dei funzionari della Casa bianca che l’hanno allestito, di «resettare» il modo in cui Trump è recepito da una parte del mondo islamico, soprattutto dopo gli editti presidenziali del Muslim Ban.

Un «reset» propiziato dalla motivazione affaristico-commerciale per l’«America first»: vale a dire il carico di ben 300 miliardi di affari subito, di cui 110 miliardi in armi americane (con la prospettiva in dieci anni di arrivare ad un volume di 350 miliardi di armi Usa) consegnato dall’inquilino della Casa bianca al regime medioevale del monarca saudita Salman.

«Non sono venuto a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere. Ma occorre una coalizione internazionale contro il terrore. Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che si l’America a sconfiggerlo. Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede».

È questo in sintesi il racconto da «mille e una notte» del trump-pensiero mediorientale.

Obama, alle prese con l’eredità devastanti delle guerre dei Bush e anche di Bill Clinton in Iraq e in Afghanistan, e dall’altra con il precipitare della crisi del capitalismo finanziario negli Stati uniti, si augurava l’allargamento di un processo democratico mondiale e l’apertura sui diritti umani, coinvolgendo anche i Paesi alleati a partire dall’Egitto di Mubarak.

Sappiamo che la crisi del capitalismo finanziario resta aperta ma chissà perché è rappresentata come «risolta», e che la prospettiva della sua anticipazione delle Primavere arabe è fallita: quelle esperienze sono state represse dall’alto e nel sangue – ieri il golpista al-Sisi sedeva in bella mostra tra i principali interlocutori di Trump – o sono finite in drammatiche guerre civili accompagnate e sostenute da avventure occidentali di destabilizzazione (come in Libia e in Siria) il cui strascico è una strage infinita di vite umane e una odissea di milioni di esseri umani in fuga che ormai hanno stravolto la coscienza omertosa dell’Occidente, a cominciare dalla raffinata Europa.

Donald Trump, quasi in fuga dallo scandalo Russiagate, punta ad accrescere ruolo e potere mondiale, per sé e per gli Stati uniti che rappresenta, rilanciando la sua agenda del «realismo fondato sui principi» con l’incitazione alla lotta contro il terrorismo islamista. Un realismo che se non fosse tragico sarebbe a dir poco comico. Perché, annunciato sulla base della nuova centralità petrolifera di Donald Trump, nasce all’ombra del petro-regime dei Saud che ha aizzato, finanziato e sostenuto in ogni modo lo jihadismo sunnita incendiando tutta l’area mediorientale.

Come dimostrano i disastri in Libia sui quali continua la menzogna dell’Italia, nell’Iraq frammentato e scomparso come Stato e la cui guerra non è mai finita, nelle macerie della Siria. Un regime saudita che, ora che le roccaforti dell’Isis di Mosul e Raqqa stanno per cadere, viene premiato nella nuova attitudine di pompiere tra i sunniti, e subito come pronta avanguardia militare anti-iraniana. Trump ha schierato, con una vera e propria dichiarazione di guerra, ancora una volta il mondo sunnita contro quello sciita guidato dall’Iran.

Accusato ingiustamente di fomentare il terrorismo in Libano, dove Hezbollah è al governo; in Yemen, dove è latente un conflitto armato con la minoranza sciita Houthi e dove Riyadh interviene militarmente; in Siria, dove invece le forze iraniane combattono proprio jihadisti e qaedisti. Il fatto è che Trump non nasconde l’obiettivo di isolare Teheran per rimettere in discussione lo storico accordo sul nucleare civile siglato da Barack Obama con il presidente Rohani nel 2015.

Mentre c’è solo da sperare che Trump ora in Israele, non conceda all’alleato di ferro Netanyahu, lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme – e senza aspettarsi nulla sul destino dei Territori palestinesi, occupati ormai da 50 anni precisi – ecco dunque che tutto ricomincia. Così infatti è iniziato il ciclo del contemporaneo conflitto mediorientale: con gli Stati uniti (prima con Jimmy Carter, poi con Bush padre ecc. ecc.) impegnati a finanziare e armare guerre dei regimi sunniti già negli anni Ottanta, segnatamente quello di Saddam Hussein in Iraq, contro l’Iran degli ayatollah.

Per ritrovarsi in casa, l’11 settembre del 2011, le Twin Towers abbattute da jihadisti di Al Qaeda che venivano in maggior parte dall’Arabia saudita, come ben sanno i comitati delle famiglie delle vittime di Ground Zero che chiamano in giudizio proprio il regime dei Saud, interlocutore privilegiato da sempre dei presidenti Usa e ora in modo particolare del petro-predidente Trump. Che da stasera è a Roma – in attesa dell’incontro «redentore» con il papa – senza che in piazza scenda una sola protesta.

E mentre non sappiamo ancora – ma temiamo di saperlo – che cosa dirà il governo italiano alla insistente richiesta della Casa bianca di intervenire di più nel conflitto infinito in Afghanistan. Davvero un Trump da mille e una notte, dai mille silenzi sulle guerre.