È una città segreta. Ufficialmente non esiste, sulle carte non compare, non ha neppure un nome, per entrare e uscire ci vuole un lasciapassare che vale quasi quanto un passaporto. I ragazzi che ci vivono la chiamano S-45 perché quanto di più vicino a un nome possa vantare Sverdlovsk-45, la città fantasma non lontana da Sverdlovsk, oggi Ekaterinenburg, negli Urali. Natasha Stefanenko, attrice e conduttrice tv, in Italia dal 1992, in quella città ci è nata e cresciuta.
La storia che racconta, scrivendo a quattro mani con Graziella Durante, in Ritorno nella città senza nome (Mondadori, pp. 185, euro 19), è a modo suo la ballata di Sverdlosk-45. Ci sono molta autobiografia e molta immaginazione, a tratti è più un romanzo che non un memoir, ma l’intreccio è tanto stretto che rintracciare il confine non è possibile.

RECENTEMENTE LA RUSSIA ha confermato l’esistenza nell’Unione Sovietica di 44 città segrete, anche se non tutte «chiuse» come quella in cui è cresciuta l’autrice: non è escluso che qualcuna sia sfuggita al conto. Erano siti militari nei quali si svolgevano soprattutto ricerche sul nucleare. Ingegnere nucleare era appunto il padre di Natasha, anche lei laureata in Ingegneria, però metallurgica. La vita nelle «città chiuse», che nel complesso ospitavano circa un milione e mezzo di abitanti, era da un lato più dura: l’impegno richiesto agli scienziati era pesante. Ma per altri versi era migliore che nel resto dell’Urss: le condizioni di vita erano nel complesso più elevate. Prigioni di lusso.
Da quella prigione Natasha, poco più che ventenne, è riuscita a sfuggire. Vive e studia a Mosca, abita con un’amica in uno studentato, ha una relazione relativamente stabile. Un telegramma terremota la sua vita proprio mentre l’intera Unione sovietica è traversata dalla tempesta che, nel 1991, ne ha già decretato una fine ormai vicinissima: «Papà non torna a casa da giorni». La studentessa capisce di dover fare di corsa un leggero bagaglio per tornare nella città fantasma. Prevede di restarci solo pochi giorni, invece il soggiorno, prima in un’attesa sempre più angosciata del padre, poi alla sua ricerca, sarà ben più lungo.

QUI I CONFINI tra autobiografia e romanzo svaniscono. La protagonista incontra nella sua ricerca figure che incarnano e rappresentano sia il caos che regnava nell’Unione sovietica in via di disfacimento sia l’uovo del serpente da cui nascerà il futuro sistema di potere nella Russia di Elcin e poi di Putin. Sono agenti segreti che ormai lavorano in proprio, al servizio di se stessi o della potente agenzia di cui fanno parte, non di uno Stato che già non esiste più ma anche se qualcuno continua a crederci, incapace di immaginare una vita senza più il sistema sovietico.
Sono i malavitosi che iniziano a fare soldi a palate, destinati a ritrovarsi, dopo il crollo finale, gli unici in grado di spendere e investire, a braccetto con i pezzi grossi del Kgb: l’ossatura del sistema oligarchico. È invece strettamente autobiografica l’esito imprevedibile, per Natasha, di quei mesi convulsi: il concorso di bellezza al quale partecipa controvoglia e certa di non avere alcuna speranza di vittoria. Invece con suo enorme stupore non solo vince, ma diventa una star e sceglie di abbandonare quella che resterà ancora per pochissimo l’Unione sovietica per costruirsi una vita in Italia.
Ma in realtà il libro di Natasha Stefanenko è tutto autobiografico, anche quando la bilancia pende a favore del romanzesco. La sua storia, la vicenda degli abitanti delle città segrete nella fase in cui il sistema che quelle città aveva creato si sta dissolvendo, avrebbe potuto trovare facilmente posto nel capolavoro della giornalista e scrittrice premio Nobel Svetlana Aleksievic Tempo di seconda mano, l’opera definitiva sulla fine dell’Urss.
Nella storia di Natasha si respira la stessa aria in cui si confondono speranza e paura, aspettative e smarrimento: restituisce perfettamente quello stato quasi onirico di sospensione. Le biografie delle donne e degli uomini di spettacolo servono di solito per scoprire le dinamiche segrete, e i pettegolezzi, dello show-biz. Quella di Stefanenko serve a capire l’Unione sovietica di ieri e la Russia di oggi.