La repressione della comunità queer in Russia ha raggiunto un nuovo picco. Il 30 novembre, la Corte suprema ha approvato la mozione del ministero della giustizia russo di riconoscere il “movimento internazionale Lgbt” come “organizzazione estremista”. La decisione si basa sulla legge “sul contrasto ad attività estremiste” del 2002, che definisce l’”estremismo” non su basi ideologiche, ma riferendosi ad azioni che spaziano da “minacce alla sicurezza dello Stato” allo “svilimento della dignità nazionale”, passando per “l’incitamento a odio e ostilità”, e simili formulazioni vaghe. Identificare la comunità queer come organizzazione estremista consente al Cremlino di perseguire penalmente non solo gli attivisti, ma anche chi ha fatto coming out sulla propria identità di genere o sul proprio orientamento sessuale: la criminalizzazione non più di azioni, ma di identità.

Leonid Drabkin, Ovd-Info
L’omobitransfobia della società è difficile da misurare, ciò che Putin ha fatto è renderla ideologia di stato, per poterci capitalizzare consensi
Da un paese europeo dove è riparato, ne parla Leonid Drabkin, coordinatore di Ovd-Info, principale organizzazione indipendente russa a difesa di diritti umani, libertà di espressione e di associazione, e in supporto ai perseguitati politici.
La redazione consiglia:
Russia, le persone Lgbt+ rischiano 10 anni di carcere

Nel dicembre 2022, Putin firmò una legge contro la “propaganda Lgbt”. A luglio 2023, un’ulteriore stretta sulle persone trans, con il divieto di cambio di sesso sui documenti, e di transizione medico-chirurgica. Perché la lotta contro la comunità queer è così importante per il governo russo?
La repressione delle identità non conformi al modello proposto dallo Stato è un tratto classico dei totalitarismi. Nell’ultimo decennio il Cremlino ha delineato la “nuova identità” russa, basandosi anche sui “valori tradizionali”, come la famiglia nucleare, anche in opposizione alle battaglie progressiste in Occidente negli scorsi decenni. Un altro motivo è che è molto più facile mobilitare la popolazione contro qualcosa anziché per qualcosa. Creare un nemico comune ha un effetto unificante.

Ovd-Info ha pubblicato un ricco dossier sulla “queerfobia di Stato”. Quanto questa è presente nella popolazione?
È molto difficile misurare l’omobitransfobia nella popolazione, i sondaggi non sono attendibili in contesti autoritari, ma le sue radici sono profonde e risalgono all’epoca sovietica. Quello che Putin ha fatto è stato esacerbarla, renderla ideologia di stato, a partire dalla legge contro la propaganda gay del 2013, per poterci capitalizzare consenso.

Che cosa possono fare Ovd-Info e le altre organizzazioni indipendenti russe in supporto alla comunità queer?
Si parla di centinaia di migliaia di persone, non possiamo evacuare tutti, bisogna dare aiuto concreto all’interno del Paese. Noi forniamo gratuitamente assistenza e consulenza legale, difesa in tribunale. Oltre all’aspetto pratico è importante che le persone non si sentano sole né perdano la speranza, in particolare le comunità marginalizzate la cui incolumità è a rischio. La repressione non guarda solo alle conseguenze legali, ma anche agli effetti psicologici. Il Cremlino mantiene intere comunità nella paura. Parte della nostra missione è contrastarla.

E dall’estero cosa si può fare?
La repressione interna, così come la guerra in Ucraina, non sono la voce di tutta la società russa, ma del regime di Putin. Bisogna aiutare chi si oppone. Molte associazioni si occupano di diritti umani in Russia, ci sono modi per fare donazioni dall’estero nonostante le sanzioni. Poi, le piccole cose: si può scrivere ai detenuti. Le istituzioni europee dovrebbero garantire il diritto di asilo e accogliere i rifugiati politici. Evitare restrizioni alle frontiere: questi provvedimenti ricadono sulle persone comuni che vogliono sfuggire al regime, e sembrano dare ragione alla propaganda di Putin per cui è l’Europa a fare la guerra alla Russia. Per giornalisti e attivisti per i diritti umani è spesso più semplice ricevere appoggio, ma per persone che non hanno certi contatti è più difficile mettersi al sicuro.

Se tutti i dissidenti scappano, chi rimane a opporsi al regime?
Restare deve essere una decisione individuale, non si può obbligare la gente a rimanere in una situazione di pericolo. Restare per opporsi deve essere una scelta libera, non un’imposizione, tantomeno da Paesi esteri. Tutte le persone devono avere il diritto alla sicurezza. C’è un altro punto: il futuro democratico della Russia passa necessariamente attraverso il campo di battaglia. Per questo motivo è necessario supportare la resistenza ucraina in tutti i modi possibili.

La svolta della Corte suprema è drammatica: ad essere illegali non sono più le azioni, ma le identità. Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro?
Non è la prima volta, i Testimoni di Geova sono stati dichiarati “estremisti” nel 2017, e da allora perseguitati. Succederà sempre più spesso. Questo non significa che tutte le persone queer verranno incarcerate, ma che tutte loro saranno in pericolo. La paura e l’incertezza sono pilastri della repressione, e sono efficaci anche senza punizioni.