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Internazionale

Quel progetto post-fascista per l’Ungheria

Intervista. La deriva del premier Orbán spiegata dal filosofo dissidente G. M. Tamás. «Politici e cittadini non si vergognano più di esprimere posizioni razziste»

Nel 1985, dall’incommensurabile distanza del suo esilio autoproclamato di San Diego, Sandor Márai, rivolgendosi al lettore ideale del proprio diario, paventava la prospettiva che i profeti razzisti e populisti già saliti alla ribalta negli anni Trenta potessero prendere di nuovo la parola in Ungheria: «Il comunismo è una tragedia», chiosava, «ma il vero nemico di sempre è l’ipocrita destra arraffona in costume nazionale». Se all’epoca le parole di Márai potevano suonare come la confessione di un inveterato «borghese» (già nel 1934 d’altronde si era definito così), ormai ottantacinquenne e irrimediabilmente lontano dalla sua madrepatria, difficile non attribuirgli retrospettivamente una sinistra...

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