Qualche mese fa, il primo ottobre 2022, è caduto il decennale della scomparsa di uno dei più importanti studiosi di storia del Novecento, Eric Hobsbawm. Il secolo breve, «l’età degli estremi», al quale aveva dedicato una ponderosa sintesi nel 1994, l’aveva attraversato quasi integralmente, anche in senso geografico, essendo nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto e cresciuto fra Vienna e Berlino, prima di approdare a Londra e di lì muoversi poi spesso verso la Francia, l’Italia e le Americhe. Nel 2002 aveva ricapitolato le proprie traiettorie nell’autobiografia Anni interessanti, sottotitolata appunto «una vita novecentesca».

Negli ultimi anni sono usciti due lavori di grande interesse, la monumentale biografia di un affermato collega britannico, Richard Evans, e il minuzioso lavoro (qui recensito da Marcello Anselmo il 3 luglio 2021) di una giovane studiosa friulana, Anna Di Qual, attenta anche alle relazioni con il nostro paese. Invece il decennale non sembra aver ravvivato, almeno in Italia, l’interesse, con l’eccezione di un agile libro di Alberto Pantaloni, Eric Hobsbawm storico del lavoro (Le Monnier, pp. 144, euro 12). Come ricorda lo stesso studioso, anche in un articolo di sintesi su Machina, già attivo politicamente sin dal crepuscolo di Weimar, Hobsbawm era poi entrato del celebre «gruppo degli storici» del Partito comunista britannico, un seminario permanente di discussione proseguito per quasi vent’anni, un’impresa che oggi si fatica anche solo a immaginare. La storia delle classi lavoratrici, sorta in seno alle loro organizzazioni, si è conquistata una legittimità scientifica ben prima di approdare nelle istituzioni accademiche. La parabola di Hobsbawm è esemplare in tal senso e Pantaloni la ricapitola in tre quadri efficaci.

IN PRIMO LUOGO, Hobsbawm è stato un pioniere della storia economica e sociale del lavoro e dei lavoratori, oltre la concentrazione sulla dimensione organizzativa e politico-ideologica, che ha inevitabilmente caratterizzato tutti gli albori delle storiografie «operaie». Forte delle suggestioni delle scienze sociali, della storia «dal basso» e degli storici francesi della rivista Annales, Hobsbawm seppe fornire lucide analisi delle condizioni di vita e di lavoro delle masse operaie britanniche, nel loro adattamento alle trasformazioni del capitalismo industriale come nelle loro rivolte (esemplare la rivalutazione dei «luddisti» distruttori di macchine). Lo sforzo celebrativo di una tradizione di autonomia della classe operaia, che per gli storici comunisti inglesi risaliva ai fermenti popolari nella guerra civile seicentesca (si pensi al grande affresco di Christopher Hill, Il mondo alla rovescia), non implicava deroghe al rigore scientifico, incarnato da un marxismo tutt’altro che dogmatico, impugnato come uno strumento per leggere le società del passato così come quelle del presente. Il marxismo come «metodo» si può riassumere, puntualizza Pantaloni, nell’attenzione ai nessi, mai rigidi, fra le diverse dimensioni del sociale (strutture economiche, relazioni fra classi, dimensioni culturali e simboliche, organizzazioni e istituzioni) e nella centralità del conflitto come motore della storia.

NEGLI ANNI della maturità, mentre continuava a interessarsi di banditi e ribelli, come di jazz e di grandi sintesi sul «lungo» Ottocento, lo storico britannico si è quindi dato all’esplorazione delle forme del movimento operaio e socialista: i mutamenti sindacali; il marxismo come espressione – inevitabilmente plurale perché storicamente condizionata – dell’autonomia dei subalterni; il movimento comunista, con particolare attenzione all’esperienza italiana; il ruolo dell’anarchismo; il nodo della violenza, rivoluzionaria e controrivoluzionaria.
Dalla fine degli anni Settanta Hobsbawm è stato un precoce indagatore delle trasformazioni del capitalismo, delle classi lavoratrici e delle loro organizzazioni. Si era forse fermata l’irresistibile marcia dei lavoratori verso l’emancipazione, come scrisse in un saggio del 1978? La crisi della sinistra era allo stesso tempo matrice e conseguenza delle politiche neo-liberiste, in una svolta incarnata esemplarmente dall’arroganza anti-popolare di Thatcher e Reagan, che andava di pari passo con la penetrazione nazionalista e di altre «tradizioni inventate» fra le masse orfane della classe. Nei suoi ultimi anni, tuttavia, Hobsbawm seppe essere ancora lungimirante, ricordando che nell’età della globalizzazione, della diseguaglianza e della catastrofe ambientale l’arsenale marxista sarebbe rimasto indispensabile.
Come ha ricordato anni fa Paolo Favilli (Studi storici, 2013) è proprio nell’«operazione stratigrafica nel mondo del lavoro» che l’accuratezza teorica e quella storiografica han trovato la loro migliore congiunzione in Hobsbawm e le pagine di Pantaloni lo ribadiscono opportunamente.