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Editoriale

Perché l’emigrazione meridionale galoppa e non si fermerà

Secessione. Meno investimenti pubblici, e rubinetti chiusi per il credito. La deriva economica del sud ha radici che il Pil non riesce a capire. E la Secessione dà il colpo di grazia

A differenza degli ultimi anni, il Rapporto Svimez 2019 presenta tre novità meritevoli di approfondimento. Si tratta del calo degli investimenti pubblici, del credito e del Pil. Ma soprattutto della galoppante emigrazione.

Non sorprendono tanto le variazioni percentuali di Pil del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord a cui, purtroppo, siamo abituati, il divario che aumenta: se il Pil nazionale è a zero, quello del Sud è già in recessione, una tendenza al ribasso che è ormai un dato di fatto dal 2008.

Le novità sono nelle le cause che determinano questo gap crescente.

Per la prima volta, in maniera diretta, la Svimez spiega la recessione meridionale con il divario di spesa pubblica: dal 2008 al 2018 si è registrata una caduta dell’8,6% nel Mezzogiorno contro un aumento dell’1,4% nel Centro Nord.

Come sappiamo il motore dello sviluppo economico del Mezzogiorno è stato ed è la spesa pubblica, non perché sia maggiore rispetto al Centro-Nord (come spesa pro-capite), ma in quanto sono più deboli gli altri settori, industria e servizi non tradizionali, rispetto al resto del paese.

Ed è scandaloso pensare che la parte più ricca del paese che gode già di una maggiore spesa pubblica punti oggi ad aumentarla ancora attraverso la famigerata “autonomia finanziaria differenziata”.

Un secondo dato che merita un commento è quello relativo ai prestiti bancari alle imprese nei primi quattro mesi di quest’anno: -8 per cento nel Centro-Nord e -12 per cento nel Sud.

Questo significa che malgrado il Quantitative easing , il fiume di liquidità immesso nelle nostre banche dalla Bce non basta da solo a rianimare l’economia perché le imprese, come ci ha insegnato Keynes, quando vedono nero il futuro non investono, anche se hanno mille incentivi o gli regali il denaro. E questo riguarda l’intero paese che oggi vive un momento di grande incertezza e mancanza di visione.

Un terzo dato, forse il più importante di questo Report, è quello che riguarda l’emigrazione meridionale definita vera emergenza nazionale.

Dal 2002 al 2017 sono emigrati oltre 2 milioni di meridionali, ed il dato è sottostimato dato che la Svimez registra solo i cambi di residenza mentre molti giovani meridionali mantengono per molti anni la residenza nel Mezzogiorno pur studiando o lavorando nel Centro-Nord.

Secondo una stima prudenziale dovrebbero essere almeno 2,5 milioni di meridionali emigrati a fronte in un flusso immigratorio decisamente più ridotto. Sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o studiare al Centro_Nord e all’estero che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

Nel solo triennio 2015-17 sono emigrati dal Mezzogiorno 387.871 unità contro l’arrivo di nuovi migranti dall’estero pari a 204.348 unità.

Se continua questo trend la popolazione meridionale al 2030 non arriverà a 16 milioni di abitanti contro i 20 milioni degli inizi di questo secolo.

Infine, una nota critica. L’approccio economicistico della Svimez non cambia malgrado nel dibattito politico e scientifico ci siano da anni altre priorità, a partire dall’emergenza ambientale e la qualità della vita che non può essere ridotta agli zero virgola di variazione del Pil.

Non è il divario economico tra Nord e Sud che è diventato insostenibile, ma la quantità e qualità dei servizi socio-sanitari, scolastici, universitari. Questo è un obiettivo politico irrinunciabile e riguarda il modo con cui lo Stato interviene nel Sud.

Se si riduce l’ospedale, la scuola, l’Università ad aziende che per sopravvivere devono farsi pagare dai cittadini di un determinato territorio, anche se povero e marginale, allora veramente l’Unità d’Italia diventerà carta straccia.