closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

L’infinita guerra

Reyyep Erdogan

L’abbattimento per «sconfinamento» del jet russo impegnato a bombardare l’Isis è un deliberato agguato da parte del Sultano Erdogan. Non solo contro lo «zar» Putin, ma contro i risultati del vertice di Antalya, il G20 dei Grandi del pianeta nel quale, solo dieci giorni fa, hanno fatto irruzione gli attentati di Parigi dell’Isis. Quel vertice, oltre a suggellare una sorta di patto tra Putin e Obama, con l’approvazione esplicita dell’intervento russo in Siria – pagato con la strage dell’airbus di Mosca – realizzava un’altra ambiguità. Lo sdoganamento di Reyyep Erdogan, tornato interlocutore occidentale fondamentale dopo la vittoria nelle elezioni turche anticipite, per l’impossibilità dell’Akp, il partito islamista del premier, di avere la maggioranza in parlamento.

Vista l’affermazione per la prima volta dell’Hdp, il partito della sinistra kurda e turca con ben il 13% dei consensi.

Un paese alla frontiera di una guerra aizzata dallo stesso governo turco, anche in chiave anti-kurda, è stato investito da una strategia della tensione con il primo di una litania di attentati sanguinosi: una bomba contro la sinistra kurda e turca che ha fatto cento vittime. Poi di nuovo elezioni blindate, denunciate come «irregolari» anche dall’Osce, che hanno restituito la maggioranza al Sultano, l’islamista baluardo della Nato, ridimensionando l’alternativa politica rappresentata da Demirtas. Che solo tre giorni fa è stato oggetto di un attentato.

L’intervento russo è giunto a togliere le castagne dal fuoco ad un Occidente che dal novembre 2011 aveva lavorato per fare a Damasco quello che gli era riuscito a Tripoli con Gheddafi, vale a dire per abbattere nel sangue Assad attraverso una coalizione composita di «Amici della Siria», con dentro tutti i paesi europei, gli Stati uniti e le petromonarchie del Golfo. Tutti impegnati a sostenere l’intera opposizione da subito armata, l’Els, esercito libero siriano, ma anche le formazioni d’ispirazione jihadista, dalla forte e numerosa Ahra Al Sham, alla qaedista Al-Nusra fino alle milizie dell’Isis.

La Turchia ha avuto l’affidamento, dagli Usa e dalla Nato, della formazione, dell’addestramento e del sostegno diretto di tutti questi gruppi armati. Dopo tre anni e mezzo l’operazione è fallita, con 250mila morti sul campo e milioni e milioni di profughi: i testimoni del nostro fallimento arrivati in centinaia di migliaia nelle città europee.

Poi gli attentati di Parigi. E la solitudine – strategica – di Hollande che corre per schierare più alleati possibili: «Siamo in guerra, aiutateci». Un Hollande che trova il sostegno militare di Angela Merkel solo per il Mali. Ma faticherà non poco a ricucire con Mosca per avviare quello «stato maggiore unificato» con l’unico vero sodale nella guerra contro l’Isis in Siria: la diffidenza, nonostante la rincorsa del presidente francese, regna sovrana. Tanto che si riapre lo scontro sull’Ucraina e le forniture di gas russo all’Europa. L’agguato di Ankara al jet russo illumina la scena di una crisi regionale che, con gli interventi armati di una coalizione a pezzi non va risistemandosi ma scivola verso un’ulteriore contrapposizione violenta.

Mentre è chiaro che la Turchia che vuole l’abbattimento di Assad subito, considera una parte della Siria, a cominciare dall’area kurda del Rojava, praticamente sua e sotto tiro di una rischiosa no-fly zone. Mentre i raid Usa nell’immensa area dell’Iraq conquistata dallo Stato islamico, con il soccorso alla leadership impresentabile del Kurdistan iracheno, aprono la voragine della definitiva spartizione dell’Iraq. Preparando il nuovo confronto armato che già è evidente tra kurdi iracheni, sciiti e sunnniti. Del resto non era la guerra infinita quella che volevano in Medio Oriente i neocon statunitensi quando è partita nel 2003 la guerra a tutti i costi contro l’Iraq?

  • http://nienteslogan.altervista.org/ mila mercadante

    Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, oltre ai servizi segreti di almeno 8 paesi, hanno fatto di Abu Bakr al-Baghdadi il Califfo del terrore e di IS un’organizzazione prospera per mantenere instabile la regione e soprattutto per tentare di rovesciare Assad. Nei libri di storia dell’anno 3000 qualcuno scriverà che IS è stata la più grossa presa per i fondelli che l’umanità abbia dovuto sopportare. Un errore madornale già fatto altrove con pessimi risultati, così come è un errore fidarsi di Erdogan e considerarlo la soluzione al problema Siria.

  • massimo gaspari

    si. era la guerra che volevano i neocon statunitensi. una guerra che hanno iniziato da incappucciati e che proseguono da incappucciati.
    ora signor giornalista. io mi chiamo massimo gaspari e di tessere in tasca ne ho una. quella di pacifista. e se scrivo che mi stanno facendo a pezzi sottobanco da anni mi aspetto che lei documenti quanto ho da dire. miracoli compresi

  • Giacomo Casarino

    «Da quando nel 2012 il governo di Damasco aveva cominciato a usare caccia e carri armati per reprimere con maggior violenza la rivolta popolare scoppiata un anno prima, il regime del presidente Bashar al Assad ha avuto il monopolio dell’aria. E può vantare il primato di aver bombardato in solitudine e in maniera indiscriminata la sua stessa popolazione per oltre due anni.». Ma l’opposizione pacifica che si era manifestata nel 2011, in ragione della sua perdurante divisione interna, è stata la causa, la prima causa della sua propria sconfitta. La seconda è stata la mancata solidarietà internazionale. Dal vuoto creato da questo combinato disposto hanno potuto avvalersi le forze jiadiste che, appoggiate e foraggiate dai vari regimi arabi reazionari e dai loro occulti (?) alleati occidentali, si è imposta prepotentemente, domina il quadro ed egemonizza la guerra contro Assad. L’opposizione democratica deve prendere atto che il problema Assad è passato in secondo piano e che verosimilmente non può essere affrontato e risolto in contemporanea con la lotta all’Isis (divenuta un’assoluta priorità), essendosi la Siria trasformata in terreno di scontro di varie strategie a livello internazionale. E’ realistico pensare che, almeno temporaneamente, la coalizione di Stati realizzata dalla Russia possa addirittura rafforzare il regime dispotico alawita. Realistico il mio giudizio, non rinunciatario.