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Editoriale

Google rimuove senza preavviso la app del manifesto dal Play Store

Piattaforme. La storica app del manifesto proibita su Android: improvvisamente dobbiamo dimostrare che è la app di un giornale

All’improvviso, a poche ore dalla partenza della campagna abbonamenti, scopriamo quasi per caso che la storica app del manifesto è sparita dal Google Play Store.

I lettori ci scrivono preoccupati e un po’ arrabbiati, pensano che il problema sia nostro. Nel frattempo Renzi si appresta a far cadere il governo e la Camera Usa vota l’impeachment a Donald Trump.

Proviamo a sentire gli sviluppatori e a controllare sulle caselle email amministrative. Dopo qualche minuto e un giro di telefonate, scopriamo un po’ nel panico che anche noi, nel nostro piccolo, siamo finiti nel mirino di Big G.

Il gigante di Mountain View ci chiede di dimostrare che siamo davvero una app di news, che produciamo contenuti originali, scritti da giornalisti, che abbiamo un sito web, che rispettiamo la privacy, che non facciamo refusi (ahia!), etc.

Iniziamo a cercare tra le varie schermate della Developer Console, una più demenziale dell’altra, e iniziamo a compilare 6 questionari che sembrano scritti da un funzionario dell’impero austroungarico.

Dopo ANNI che siamo sullo Store e da mezzo secolo in edicola, Google ci chiede di dimostrare:

  1. se siamo la app di un giornale (la gerenza è sia embeddata nella app che qui sul sito)
  2. se rispettiamo la privacy (pochi sono più scrupolosi di noi, che non tracciamo né profiliamo)
  3. se la nostra app fornisce contenuti a pagamento (lo fa di default, è accessibile solo agli abbonati e Google prende circa il 40% dell’abbonamento da diversi anni)
  4. se pubblichiamo annunci pubblicitari (no, non lo facciamo ma è questo un motivo valido per cancellare un giornale?)
  5. se pubblichiamo contenuti non adatti ai minori (un giornale non è un porno, comunque nel dubbio autodichiariamo che siamo adatti a un pubblico dai 13 anni in su. Google ci risponde classificandoci subito come un prodotto “non adatto alla famiglia” senza ulteriori spiegazioni).

Ma non basta. Google ci chiede anche:

  1. un abbonamento omaggio per verificare effettivamente il contenuto delle nostre edizioni digitali con tanto di istruzioni di login (Google che chiede l’abbonamento omaggio al manifesto ci fa abbastanza ridere)
  2. ci spedisce a un ente di valutazione dei contenuti denominato IARC (mai sentito prima, almeno da noi)

Al termine della compilazione di questi assurdi questionari compaiono delle confortanti spunte verdi. Ma il problema rimane.

Google ci riscrive comunicando che saremo ancora al bando a causa di questa “Policy Issue”: “Apps without an IARC content rating are not permitted on Google Play”.

Finché lo IARC non trarrà le sue conclusioni siamo cancellati dallo Store. Risolviamo anche questa ma la app resta in revisione.

Non si sa cosa stia avvenendo. Eppure la app è pubblica da anni e i commenti degli utenti e degli abbonati sono sempre stati super-positivi (a proposito, non ve lo abbiamo mai detto: Grazie!)

Ci scusiamo con gli abbonati ma è veramente un problema indipendente dalle nostre volontà.

Vi terremo aggiornati.

La preoccupazione di Stampa Romana

Niente. La app non è ancora ricomparsa. Il processo di revisione è ancora in corso.

Sui social la notizia, giustamente, ha fatto molto rumore. Tutti usano i servizi Google e tutti vogliono capire meglio.

Stampa Romana, l’organo regionale della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha diffuso una nota molto preoccupata:

In pratica il grande monopolista chiede ai colleghi e agli sviluppatori del manifesto di autocertificare, passando attraverso un lungo format, la loro esistenza come giornale di informazione.

Un paradossale controsenso per una testata di lungo corso ma che rivela il pericolo di un ruolo che le grandi piattaforme sembrano aver assunto dopo l’assalto a Capitol Hill.

Non più postini di contenuti o vetrine di applicazioni anche giornalistiche ma giudici dei contenuti ospitati.

Naturalmente non esiste reclamo al blocco della app se non allo stesso monopolista.

È questo un effetto indesiderato di aver consegnato altrove le chiavi di casa ma oggi è una inaccettabile compressione del diritto di informare e di essere informati garantito dalla Costituzione e della libertà di impresa.

La nostra solidarietà ai colleghi del Manifesto.

Segreteria Associazione Stampa Romana

Roma, 14 gennaio 2021