Edgar Reitz quando arriviamo all’appuntamento appare affaticato, molte interviste e incontri, tra poche ore ci sarà la cerimonia di consegna della Berlinale Camera, il premio alla carriera che il festival dedica a «personalità o istituzioni che hanno dato un contributo speciale al cinema». E lui che è ancora uno dei registi più amati e conosciuti al mondo ne ha rivoluzionato le regole, soprattutto con l’opera a cui ha legato il suo nome e il suo successo planetario: l’epopea di Heimat con le sue storie personali che si fanno storia del Novecento e l’immagine in movimento che incontra la narrazione orale. Le giovani generazioni lo considerano un riferimento a confermarne la modernità formale, come se le vite dei suoi protagonisti Hermann, Clarissa e gli altri loro giovani amici nella loro ricerca di un luogo dell’anima sappiano cogliere al di là del tempo l’inquietudine dello stare al mondo.

A chi gli chiede un po’ scherzando se questo premio non poteva arrivare prima, il regista che ha novantadue anni risponde: «Non è mai troppo tardi per un riconoscimento! Ricordo che quando ho vinto il mio primo premio alla Mostra di Venezia nel 1967 (per il suo film d’esordio Mahlzeiten, ndr) il mio produttore mi aveva chiamato dicendomi che un premio non sempre significava aver realizzato un buon film, o che non necessariamente aiuta nel successo. Così funziona il mondo. I premi fanno piacere, sono importanti, proprio come le critiche. Penso però che prima di tutto sia fondamentale sapere cosa si vuole fare e cercare il modo per realizzarlo».

Edgar Reitz
Non avevo idea di cosa sarebbe diventato «Heimat», era un periodo professionale buio, ho iniziato a lavorare sull’idea di andare viNato a nel 1932 a Morbach, un paesino molto simile al paesaggio di Heimat, Reitz è tra gli iniziatori di quel movimento della Neue Welle, la Nuova onda di cinema tedesco lanciata dal Manifesto di Oberhausen insieme a Kluge e poi Wenders, Fassbinder, Schloendorff, registi giovani che volevano affermare in Germania un modo diverso di produzione dei film, fuori dalle istituzioni governative e dagli studios, ma anche dare voce alle tensioni e ai silenzi nel loro Paese rispetto all’allora recente passato nazista. Heimat arriva quando Reitz aveva già girato numerosi lavori – il primo capitolo della serie è datato 1984 – e dopo l’insuccesso di Il sarto di Hulm in quello che ricorda ancora come un “ «momento di forte crisi». Da allora il ciclo va avanti con Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza (1992), Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale (2004) fino all’epilogo di Heimat – Fragmente: Die Frauen (2006) e L’altra Heimat – Cronaca di un sogno (2013).

Una scena da “Filmstunde_ 23”

Alla Berlinale ha presentato Filmstunde_ 23, firmato con Jörg Adolph, il cui titolo echeggia un lavoro che aveva realizzato per la televisione nel 1968 sulla sua esperienza di insegnamento di cinema in un liceo a Monaco. Il corso pensato per indagare il rapporto fra cinema e letteratura si era trasformato pian piano in qualcos’altro, dando vita a una serie di questioni che riguardavano il senso stesso del fare cinema. A distanza di 55 anni Reitz convoca la classe, interamente femminile, e inizia insieme a loro a guardare i materiali parlando di ciò che quell’esperienza ha significato nel tempo.
«Quando ci si siede in cattedra si viene subito identificati come l’insegnante» dice il Reitz trentacinquenne nelle immagini in bianco nero. Il punto di partenza didattico, l’idea cioè dell’adattamento letterario sullo schermo arretra di fronte al movimento della realtà: Reitz cerca di costruire con le ragazze un «alfabeto» per dare loro gli strumenti con cui realizzare le immagini affidandogli delle cineprese Super 8 amatoriali. Le discussioni riguardano il cinema d’autore, l’industria, i film da vedere ma anche le aspettative di quelle nuove generazioni che davanti all’obiettivo affermano finalmente una parola, dicendo di sé, di come stanno, e non solo della scuola o delle cose da fare. Somigliano ai protagonisti di Heimat, e intanto il passaggio tra memoria e presente apre nuove riflessioni su cosa significa fare film oggi, sui cambiamenti della tecnologia, sulla necessità sempre attuale di una consapevolezza del mezzo per esercitare la propria libertà. E soprattutto afferma la necessità di un insegnamento come processo attivo e di partecipazione.

Che cosa l’ha portata a ritornare su quell’esperienza?

È stato un caso. Qualche mese prima della pandemia nell’intervallo di un concerto mi si è avvicinata una signora dicendomi che era una delle mie ex alunne del Luisengymnasium. Mi ha raccontato che quell’esperimento aveva lasciato un segno importante nelle loro vite, e grazie alla comune passione per il cinema erano rimaste unite negli anni. Così ci siamo scambiati i contatti per ritrovarci tutti insieme. Purtroppo è arrivato il Covid e il progetto è saltato. Ho ripensato a quell’esperienza scrivendo la mia biografia durante il lockdown; ho raccolto documenti e archivi filmati dell’epoca mettendoli a confronto con la tecnologia digitale e coi cambiamenti che ha prodotto nel nostro pensiero. Ciò che fantasticavamo allora con i Super 8, che tutti potessero esprimersi col cinema, è diventato una realtà. Finalmente ci siamo incontrati l’anno scorso e il film è iniziato.

A proposito di tecnologia: quando riprendono in mano una Super 8 le sue ex allieve abituate agli smartphone sono colpite dal peso. Il digitale ha cambiato tutto rendendo possibile a chiunque di realizzare immagini. Eppure oggi vediamo anche che questa quantità di immagini non basta a raccontare il mondo.

Nella realizzazione di un film l’aspetto tecnico è molto importante ma ovviamente non è tutto. Gli strumenti che abbiamo a disposizione adesso permettono di girare produzioni a basso costo, di testimoniare gli eventi, di costruire un archivio, e tantissimo altro ancora; rimane però centrale il modo in cui vengono utilizzati, il progetto che c’è dietro, di per sé non bastano a rivoluzionare le immagini, a produrre significati se manca il pensiero che si vuole esprimere. I registi devono interrogare la società. È vero, le nuove tecnologie permettono una libertà incredibile, ma si deve fare attenzione: io stesso ho fatto fatica a disciplinare il mio lavoro, e ho dovuto essere molto attento a scegliere solo ciò che esprimeva la mia visione.

«Heimat» è stato un passaggio epocale nella sua carriera di regista. Cosa le viene in mente pensando adesso a quell’esperienza?

Non avevo la minima idea di cosa sarebbe diventato Heimat, stavo vivendo un momento professionale buio, i miei film erano stati accolti male, mi chiedevo persino come mai ero diventato regista visto che nella mia famiglia nessuno aveva mai pensato al cinema, non avevano neppure studiato. Avevo pensato a una storia ispirata a una vicenda famigliare, uno zio di mia madre che era sparito e poi tornato; da lì ho iniziato a lavorare sull’idea di andare via e i personaggi hanno preso forma. Sul primo Heimat non avevamo una consapevolezza chiara di ciò che stavamo facendo, né di dove saremmo arrivati: era un modo nuovo di lavorare. Era stato complicato convincere i finanziatori, poi visto il successo tutto è diventato più facile.

«Filmstunde_23» dichiara un legame di reciprocità fra il cinema e i vissuti.

È la domanda da cui sono partito: al di là del piacere di ritrovarsi, dei ricordi e della nostalgia, mi sono chiesto come il cinema aveva cambiato le vite di quelle ragazze, cosa pensavano della tecnologia di adesso, dei film di oggi, se le lezioni di cinema avevano creato una consapevolezza sui media. Capire l’impatto di quell’esperienza era importante, proprio come allora quando si erano raccontate davanti e dietro la macchina da presa. Ascoltarle mi ha permesso di costruire una riflessione più ampia sul rapporto fra l’arte, la realtà e la percezione del mondo.

Come venne accolto quell’esperimento?

All’inizio era passato abbastanza inosservato ma se è nato il Nuovo cinema tedesco è stato anche grazie alle televisioni che hanno permesso iniziative illuminanti come quella. Oggi come allora sono sempre convinto che l’educazione nelle scuole al linguaggio cinematografico, al suo alfabeto sia fondamentale, purtroppo la politica sembra essere poco ricettiva su questo.