Alla fine degli anni ’50, in Brasile, il presidente Juscelino Kubitschek (detto JK) era tra i pochi, dalla proclamazione della repubblica, nel 1889, a concludere un mandato politico nel Paese, senza che fosse stato ucciso, vittima di uno suicidio sospetto, né deposto da un golpe. Meno male. La calma apparente e il programma sviluppista del governo JK fecero sì che la classe media riuscisse a guadagnare abbastanza da far girare l’economia con l’acquisto di frigoriferi, automobili e un po’ di svago. Si può dire che fu quello svillupo industriale ed economico a rendere possibile la nascita del nuovo cinema brasiliano, della bella musica d’avanguardia tra bossanova e jazz, e persino a far sì che molti giovani potessero finalmente frequentare l’università per imparare da Sartre, da Lucaks e Marx… Si può dire anche che tutto quel benessere era elitario e, pertanto, illusorio.

Un grosso cambiamento

A parte i ragazzi, molti intellettuali e artisti, alcuni sindacalisti e qualche prete, pensavano che sarebbe stato necessario un grosso cambiamento – magari armato, magari violento – in modo che non solo la borghesia dei salotti buoni di Rio de Janeiro, ma anche le donne, i neri, gli índios e i contadini avessero anche loro il diritto di imparare a leggere e scrivere, diritto al riposo settimanale e, principalmente, diritto ad almeno un pasto al giorno.

Nel 1961, quando l’istrionico Jânio Quadros fu eletto presidente del Brasile al posto di JK, a larga maggioranza, fu più o meno come se Beppe Grillo oggi diventasse presidente del Consiglio italiano. Ce l’aveva fatta a forza di fare tutto e il contrario di tutto, incluso l’andare a Cuba per salutare Fidel Castro, promettendo di seguire il modello cubano di riforma agraria in terra brasiliana. Poi, da presidente, adottò misure più di controllo dei costumi che propriamente politiche, alternandole a una forma classica di populismo. Fu così quando ricevette la visita di Ernesto Che Guevara a Brasília, decorandolo al valore e facendogli passare in rassegna le truppe militari.

E quando, dopo sette mesi di governo, i conservatori erano ormai irritati e il popolo continuava a vivere di aria fritta, l’allucinato presidente Quadros propose di chiudere il Congresso per governare da solo, o in caso contrario, avrebbe rinunciato al mandato. Ma siccome nessuno lo sostenne, dovette davvero andar via.

Teoricamente, sarebbe toccato al vice-presidente João Goulart assumere la guida del governo. Ma solo teoricamente. Jango, come era chiamato, non piaceva a tutti. Per quelli di sinistra, era un borghese latifondista – infatti, di terra ne aveva tanta. Quelli che volevano la rivoluzione sapevano che il massimo di vicinanza che Jango aveva al Socialismo era un cognato socialista, il deputato Leonel Brizola. Per i conservatori, invece, Goulart era un comunista accanito. Nel 1954 aveva perso il posto come ministro del lavoro proprio a causa dell’eccessiva solidarietà con sindacati e lavoratori.

Nel momento della rinuncia di Jânio Quadros, guarda caso, João Goulart si trovava proprio in Cina, per incontri diplomatici niente meno che con Mao Tse Tung. Perciò, le Forze Armate brasiliane non gli avrebbero mai permesso di assumere la presidenza. Arrivarono al punto di progettare l’abbattimento dell’aereo presidenziale, durante il viaggio di ritorno di Jango a Brasília.

Fiutando l’aria di golpe, il deputato socialista Leonel Brizola organizzò barricate per difendere la posizione di Goulart. Non riuscendo a evitare il suo insediamento, i militari imposero al Congresso di cambiare il sistema politico brasiliano, da presidenzialista a parlamentarista, pur di indebolire le azioni del nuovo governo.

Un piano multinazionale

Ma l’instabilità politica non era cominciata affatto cominciata con Jango. Era da tempo che un piano golpista era stato organizzato dai vertici delle Forze armate, dai banchieri e dai latifondisti, sponsorizzati da Esso, Coca-Cola, le tedesche Mannesman e Mercedes Benz, nonché dal Partito democristiano tedesco. Si trattava di una lobby multinazionale che, con l’appoggio della Cia, era riuscita a piazzare i suoi agenti in ogni giornale, casa editrice, sindacato, università, radio, tivù, circolo industriale e persino nei più importanti club di calcio. Dicevano a tutti che il suo obiettivo era che tutta quella brava gente doveva “sostenere” la democrazia. Il risultato si vedrà.

Il piano per la presa del potere funzionò tramite la sigla «Ipes» dell’Istituto di ricerche e studi sociali, qualcosa a metà strada tar una Onlus attuale e una loggia massonica. Dal 1962, anno in cui è stato creato, fino al ’64, l’Ipes riuscì a reclutare centinaia di manager di diversi gruppi bancari, delle industrie chimiche e farmaceutiche, delle industrie alimentari, di una decina di agenzie di pubblicità, più una dozzina di imprese di trasporti e industrie elettroniche.

I golpisti architettarono addirittura uno schema per elaborare progetti da presentare al Congresso e un sistema per abbatterne altri, al fine di favorire i propri interessi e creare l’inerzia legislativa. L’agenzia di notizie Ipes creava appositamente cinegiornali allarmisti sulla crisi, contro la violenza e la corruzione, riempiendo la stampa di articoli scritti da opinionisti scelti tra i conservatori più noti, che denunciavano la “deriva comunista” del Brasile. E guai ai giornali che non li avessero pubblicati. Avrebbero perso tutti gli sponsor affilliati all’Ipes. Ecco da dove un certo Licio Gelli prese l’ispirazione per il suo piano di rinascita democratica in Italia.

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Nonostante l’ingovernabilità dovuta ai deputati comprati dall’Ipes con i soldi del governo statunitense e la convulsione sociale, il presidente João Goulart aveva comunque l’appoggio dell’opinione pubblica. Aveva dalla sua parte persino il basso rango della marina militare – una categoria storicamente malmessa, composta da neri poverissimi, che oramai minacciavano di ricorrere allo sciopero per farsi ricevere dal ministro della Marina. Fu anche per loro che il presidente scese in piazza, a Rio de Janeiro, e pronunciò lo storico discorso del 13 marzo 1964. Jango annunciò la nazionalizzazione del petrolio, la riforma agraria, diritti sindacali per i lavoratori rurali e altre riforme strutturali.

Chi era più a sinistra trovò tiepide le misure. Però, il grosso della popolazione era contenta. Il basso rango dei marinai rimase soddisfatto, Goulart non l’avrebbero mai mollato, nonostante girasse voce che qualche infiltrato tra di loro stesse fomentando la protesta. Ed era vero. Sì, perché ormai non ci si poteva più fidare di nessuno. Il piano per infiltrare golpisti Ipes in tutti i segmenti della società stava funzionando.

Il momento dei militari

Verso la fine di marzo, bastò che l’ambasciatore statunitense in Brasile, Lincoln Gordon, e una centinaia di agenti Cia tenessero informato il presidente Lyndon Johnson, per decidere che il momento giusto per la presa del potere dai militari era arrivato. Dagli Stati Uniti parte l’ordine di posizionare navi e aerei lungo la costa brasiliana, pronti ad agire anche a costo di versamenti di sangue, se necessario (come ha fatto capire lo stesso presidente degli Usa).

Il 31 marzo del ’64, carri armati muovono verso Brasília e Rio de Janeiro, minacciosi. La maggior parte dei governatori degli Stati aveva già aderito alle forze golpiste. Jango decise di non reagire, ordinando azioni militari lealiste che mettessero a repentaglio la vita della popolazione civile. Fu deposto e costretto all’esilio in Uruguay. Dal 1964 al 1985 i militari brasiliani e la casta golpista ripuliranno il Paese dalle sue ricchezze e dagli oppositori, torturandoli, “suicidandoli”, squartandoli e buttandone via i pezzi, con l’aiuto degli squadroni della morte del peggio della polizia civile. La dittatura brasiliana non è nota quanto quella argentina o quella cilena. E invece quell’orrore è esistito. Cinquant’anni dopo, le ferite fanno ancora tanto male.