«Sono ansioso di fare qualcosa di opposto al cupo e solitario vuoto del film che ho appena diretto», aveva dichiarato James Gray in un’intervista a «Deadline» nell’estate del 2020. Dopo il viaggio spaziale di Brad Pitt, alla ricerca del padre (Ad Astra), e quelli amazzonici dell’esploratore Percy Fawcett (The Lost City of Z), Grey torna a casa, con un racconto esplicitamente autobiografico ambientato nel Queens anni Ottanta della sua infanzia.

NONOSTANTE IL TITOLO alla Michael Bay, Armageddon Time è infatti un film newyorkese, come lo erano Little Odessa, The Yards, They Own the Night, Two Lovers e anche The Immigrant. Rispetto a quelli, il nuovo lavoro di Gray – a Cannes in concorso per la quinta volta – è un film più intimo, di interni, che lavora però su temi che lo hanno sempre interessato come i rapporti famigliari e le barriere sociali e etniche che segnano la texture della città.

Lo sfondo è quello dell’alba della presidenza Reagan, siamo in piena campagna elettorale e, a un certo punto del film, su un tremolante televisore a colori, vedremo l’ex governatore della California stracciare l’avversario Jimmy Carter. Paul (Banks Repeta) è un bambino con l’aria molto sveglia, i capelli rossi e un’indole naturalmente antiautoritaria – forse perché, come dice a tutti, da grande vuole fare l’artista. Quando la caricatura di un professore lo mette nei pasticci, tra il disinteresse dei compagni, in una scuola pubblica dove le classi sono troppo affollate e quando vai in gita scolastica a Manhattan per visitare il Guggenheim nessuno si accorge se te la svigni alla chetichella sulla metropolitana piena di graffiti, interviene a suo favore l’altro paria della classe, Johnny (Jaylin Webb), afroamericano, che vive con una nonna povera e molto malata.

Gray sfrutta bene le energie opposte dei due bambini – seria, quasi grave come un adulto, quella di Johnny; mentre la testa di Paul è piena di grandi sogni, avventure e aspirazioni che coltiva con la complicità del nonno (Anthony Hopkins) immigrato dall’Ucraina in fuga dal nazismo (come i famigliari di Gray) nonostante suo padre (Jeremy Strong), un elettricista stanco e ogni tanto irascibile, faccia fatica a far tornare i conti alla fine del mese.

GRAY CATTURA l’affievolirsi dell’american dream (una disillusione non dissimile da quella di Marion Cotillard in The Immigrant) nello scarto tra generazioni, e attraverso lo sguardo di Paul. Il bambino inizia il film costruendo razzi con il nonno, dicendo a Johnny di avere una famiglia ricchissima che pagherà la gita scolastica anche per lui, e che sua madre (Ann Hathaway) è il presidente della scuola, mentre in realtà dirige il consiglio dei genitori.

E poi però lo finisce scoprendo il razzismo, che lo separerà per sempre dal suo migliore amico, dopo che i suoi genitori, a forza di sacrifici, decidono (come fecero i genitori di James Gray) di metterlo in una scuola privata dove non ci sono afroamericani e i bambini ebrei come lui sono tollerati a malapena.

Non è un caso che il padrone della scuola si chiami Fred Trump -un imprenditore duro e dall’aria cattiva che mette in guardia i bambini contro le durezze della vita, affiancato da una sorella giudice un po’ tremenda anche lei.

L’APOCALISSE nel titolo del film è il reaganismo, l’inizio della fine. Anni fa, quando ha cominciato a parlare del film, Gray aveva citato Truffaut e Fellini – I quattrocento colpi e Amarcord – come due influenze importanti.

E il mix di idillio e amarezza nel film le riflettono: «La scuola privata era un simbolo dell’etica bianca protestante, marziana per un bambino come me che veniva dal sistema della scuola pubblica anni settanta. Il soggetto specifico del film è quello, ma le implicazioni sono più vaste. È stato il momento in cui per me il mondo si è diviso tra coloro che hanno e coloro che non hanno».