Non si ferma la crisi dell’auto che frena la manifattura tedesca: ieri l’indice delle Pmi rilevato dalla società inglese Ihs-Markit è tornato ai livelli di luglio 2012. La flessione più clamorosa riguarda gli ordini passati da 42,5 punti di febbraio a 39,3 di marzo, come nell’aprile 2009.

COLPA DEL CALO delle esportazioni verso i Paesi Ue (anche causa dell’austerità imposta da Berlino) e della mancata compensazione dai nuovi mercati, a partire dalla Cina non più dipendente come un tempo dal made in Germany.

Al contempo, tuttavia, si consolida la posizione del paese come leader finanziario anche sul fronte della bilancia pubblica. Per la prima volta dal 2016 il Bund è tornato a livelli negativi anche se per adesso con numeri irrisori (0,001%). Significa, in ogni caso, che la Germania è tornata al ruolo di paese-rifugio, e in termini pratici che pur acquistare il titolo di Stato tedesco (sia con scadenza a 5 che a 10 anni) gli obbligazionisti sono disposti, di nuovo, a rinunciare a una parte del capitale investito. Merito anche, certamente, della politica delle Banche centrali, Usa compresi, concordi nel sostenere il costo del denaro al minimo storico.

TUTTO MENTRE IL GOVERNO Merkel attende il vaglio del Bundestag sulla «Nationale Industriestrategie 2030»: il piano del ministro dell’economia Peter Altmeier per portare l’incidenza dell’industria locale al 25% del Pil anche grazie ai mega-investimenti pubblici su digitale e Ricerca & sviluppo.

MA LA STRATEGIA TEDESCA prevede anzitutto di impedire l’acquisizione di imprese nei settori nevralgici da parte di gruppi stranieri, specialmente extra-europei, con il protezionismo “travestito” da fusione aziendale. Spicca la creazione del maxi-consorzio tra Siemens e la francese Alstom, su cui a Bruxelles da mesi si spolmonano la cancelliera Merkel e il presidente Macron, quanto il controverso matrimonio tra Deutsche e Commerzbank cui lavora il ministro delle finanze Olaf Scholz.

La parola d’ordine a Berlino è competere con i giganti dell’economia mondiale, tenuto conto che la Germania da sola rappresenta quasi un terzo dell’industria europea, il doppio dell’Italia. Per aggirare le norme Ue sugli aiuti di Stato ed evitare nazionalizzazioni formali, Altmeier studia un fondo per gli investimenti pubblici ad hoc e pro-tempore. Varrà per il settore dell’auto, la siderurgia, i comparti della Difesa e l’intelligenza artificiale che fa “gola” non solo a Pechino. In questi campi già da fine 2018 gli investitori extra-Ue non possono comprare più del 10% delle azioni, contro il vecchio limite fissato a un quarto del capitale.

L’ESATTO CONTRARIO di quanto Berlino progetta a Bruxelles: qui il governo Merkel lavora per allargare il recinto della legge antitrust che impedisce le fusioni di imprese a vantaggio della Repubblica federale. Un modo (anche) per placare l’ira sul calo «strutturale» della manifattura della Federazione dei produttori di macchinari e impianti (Vdma).

«Quando dico che la politica industriale tedesca è un disastro mi si risponde che la disoccupazione è bassa ed è tutto è meraviglioso. Vero; però non è dovuto alle condizioni-quadro della Germania ma al successo individuale delle nostre aziende. Le condizioni di lavoro qui non sono così ideali» denuncia il presidente, Carl Martin Welcker.

Vale, anche e soprattutto, per i lavoratori della Bvg (l’azienda di trasporti di Berlino) che proprio ieri hanno paralizzato la capitale con il secondo sciopero indetto dal sindacato Ver.Di. rivendicando conquiste assai diverse dagli obiettivi auspicati dagli imprenditori. A cominciare dal «salario migliore».