Tutta colpa di Ashraf Ghani e della sua fuga precipitosa dal Paese, il 15 agosto scorso, quando i Talebani sono entrati a Kabul. C’era un accordo per una transizione politica graduale, due settimane di tregua che avrebbero consentito un trasferimento di potere meno traumatico. Ma la fuga del presidente tecnocrate ha sparigliato le carte in tavola. E i Talebani si sono ritrovati con tutto il potere nelle mani, tutto insieme. Così racconta Zalmay Khalilzad, l’inviato speciale degli Usa nominato nel 2018 dall’allora presidente Donald Trump e artefice dell’accordo bilaterale firmato a Doha il 29 febbraio del 2020.

IERI IL «FINANCIAL TIMES» ha pubblicato la prima intervista con Khalilzad da quando i Talebani sono entrati a Kabul. La sua versione coincide in molti punti con quella già emersa, parzialmente, in questi giorni. «Nessuno poteva prevedere» un collasso così repentino delle istituzioni della Repubblica islamica, sostengono da tempo i portavoce del Pentagono e del dipartimento di Stato Usa. «Non immaginavamo di fare tutto così in fretta», si sono lasciati scappare alcuni turbanti neri, ammettendo implicitamente di non essere pronti a governare. Così conferma anche Khalilzad. «Fino alla fine, avevamo un accordo con i Talebani per non farli entrare a Kabul», ha sostenuto nell’intervista. Ghani sarebbe dovuto rimanere al suo posto fino a quando non si fosse raggiunto un accordo sul nuovo governo in Qatar, sede dei negoziati. Ghani, destinato a concludere la sua carriera politica perché per i Talebani la sua esclusione dal futuro governo era precondizione per ogni accordo futuro, avrebbe invece scelto di partire in tutta fretta.

Una volta fuggito Ghani, come già raccontato dal Washington Post, mullah Abdul Ghani Baradar avrebbe offerto due opzioni al generale statunitense Frank McKenzie: assumersi la responsabilità di tutta la capitale o solo dell’aeroporto. Dopo aver consultato Biden, il generale avrebbe scelto la seconda ipotesi. Lasciando Kabul nelle mani dei Talebani, giunti al potere prima delle previsioni. La versione del tecnocrate Ghani, oggi residente negli Emirati arabi uniti, è lacunosa. Per ora si è fatto sentire due volte. La prima, il 18 agosto, la seconda una settimana fa circa. Nell’ultima occasione si è scusato con la popolazione per non essere riuscito ad assicurare un esito diverso, si è difeso dalle accuse di essere fuggito con il “malloppo” e non ha fatto cenno alla gravissima crisi in corso nel Paese. Sfidando il senso del ridicolo ha sostenuto di non aver capito come si sia ritrovato su un aereo diretto all’estero, in quelle ore convulse. Mentre il 18 agosto aveva dichiarato di essere stato consigliato male, di essere partito con un solo paio di scarpe e di averlo fatto per evitare un bagno di sangue nel Paese. Al contrario, la versione di Khalilzad attribuisce proprio a quella fuga il collasso istituzionale.

ANCHE KHALILZAD, che scarica su un solo uomo processi complessi, incarna una parabola curiosa. Non è solo l’artefice dell’accordo di Doha. Nel 1992 è stato lui a redigere il testo della famosa «dottrina Wolfowitz», dal nome dell’allora sottosegretario alla Difesa. Una dottrina muscolare, aggressiva, centrata sulla difesa a tutti costi del «momento unipolare» e dell’egemonia globale degli Usa. Rivisitata e adattata, è stata poi usata dai neoconservatori sotto la presidenza di George W. Bush, finendo infine con l’alimentare il paradigma della guerra al terrore. Sono gli effetti imprevisti della storia: Khalilzad invocava la teoria del nessun compromesso, niente diplomazia, solo bombe e attacchi preventivi, ma è finito a negoziare con i Talebani. Rimanendo schiacciato dagli eventi e, per molti afghani, manipolato dai Talebani. Lui però difende l’accordo di Doha come il miglior accordo possibile, date le condizioni.