55 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa. Erano partite martedì da Garabulli, 50 chilometri a est di Tripoli, ma il loro barcone è naufragato. La cosiddetta «guardia costiera» libica ha recuperato undici corpi, tra i quali quello di un bambino. Cinque persone sono invece state soccorse: tre migranti di origine pakistana, uno egiziano e un minore siriano. Tutti gli altri mancano all’appello ma non ci sono speranze di trovarli in vita.

Ieri l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha comunicato il numero complessivo delle vittime. «Questa strage deve finire. Gli Stati devono adempiere al loro dovere di salvare vite. L’assenza di un meccanismo istituzionale proattivo di ricerca e soccorso nella rotta migratoria più letale al mondo e le continue restrizioni alle Ong sono inaccettabili», ha scritto su Twitter la portavoce Oim a Ginevra Safa Msehli.

Dall’inizio dell’anno l’organizzazione conta già 743 morti nel Mediterraneo, di cui 661 lungo la rotta centrale che parte da Libia e Tunisia. Sono numeri record che non si registravano da anni e su cui il governo italiano e le istituzioni europee sembrano non avere intenzione di agire.

Altri due cadaveri sono stati recuperati ieri al largo di Lampedusa dalla motovedetta Cp268 della guardia costiera italiana. Si tratta di due donne. Probabilmente hanno perso la vita in uno dei naufragi del 24 aprile scorso. I loro corpi sono stati avvistati dalle autorità italiane dopo il salvataggio di 62 migranti.

Ieri a Lampedusa, complici bel tempo e condizioni del mare favorevoli, sono arrivate circa 700 persone. Nell’hotspot sono 3mila, in condizioni estremamente difficili. La struttura ha una capienza di 400 posti. Sono previsti trasferimenti, ma finora le promesse del governo su una gestione più efficace della struttura di Contrada Imbriacola restano parole al vento