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Editoriale

Libere di essere, libere di restare

Perché la Casa siamo tutte. La Casa Internazionale delle Donne è una ricchezza della città di Roma, un’esperienza storica, unica in Italia e in Europa, punto di incontro per tutte le donne del mondo. Trentamila persone visitano ogni anno questi spazi e incontrano le 40 associazioni che da quasi trent’anni li gestiscono a beneficio di tutte (e tutti). La prima giunta capitolina guidata da una donna ora minaccia lo sfratto. Eppure lo stesso comune ha quantificato il «valore» dei servizi offerti alla città in 700mila euro

Roma, via della Lungara, la casa internazionale delle donne

È iniziato il conto alla rovescia verso la chiusura per la Casa Internazionale delle Donne di Roma? Le 40 associazioni di donne che popolano la Casa affermano che non se ne parla nemmeno.

Lo dicono anche le trentamila donne che visitano quel luogo storico nel cuore di Trastevere ogni anno e che in questi giorni hanno inviato una valanga di messaggi di solidarietà.

Molte di loro lo hanno espresso in assemblee combattive alla Casa nel corso di queste ultime settimane. E sabato scorso, al corteo contro la violenza di genere di Roma, centocinquantamila tra donne e uomini festosamente si sono legati al polso un palloncino fucsia ribadendo che #lacasasiamotutte e che quel centro vitale di politica, pratica, servizi e iniziative culturali di genere per tutte le donne non può essere sfrattato dopo quasi trent’anni di attività volontarie a beneficio di tutta la comunità come se fosse un qualsiasi inquilino insolvente.

Eppure il Comune di Roma, proprietario dello stabile, chiede che venga pagato in tempi rapidissimi un debito pregresso, che nasce già per riscattare l’occupazione degli anni 80, con la firma della convenzione (2003).

Il palazzo del Buon Pastore, che ospita la Casa, adibito già dal secolo XVII a reclusorio, con funzione di «disciplinamento e di rieducazione per le donne devianti», è da sempre un luogo delle donne, ma ha cambiato di segno, dall’oppressione all’affermazione della libertà femminile, con la presenza e l’azione del movimento femminista.

Oggi la Casa rappresenta il diritto delle donne ad avere un luogo bello, grande, da vivere e condividere, simbolo di riscatto delle donne che ci hanno vissuto con dolore nel passato. L’amministrazione capitolina propone ora un tavolo di confronto ma il pericolo non è scongiurato.

Nella nostra interlocuzione con il Comune abbiamo fatto valere alcuni dati essenziali.

Oltre al valore politico, storico, sociale e culturale del luogo che gestiamo, le associazioni della Casa forniscono alla comunità servizi che hanno un corrispettivo anche economico, pari a circa Euro 700.000 all’anno. Questa stima l’ha fatta proprio il Comune di Roma nel corso di una valutazione accurata condotta dalla precedente amministrazione.

La proposta di delibera relativa (luglio 2015) rappresentava il punto di accordo di un lungo confronto tra la Casa delle Donne e la Giunta capitolina, che ne riconosceva il valore in quanto «una delle iniziative a carattere europeo più significative sul piano culturale» e manifestava l’intenzione di «rafforzare e rilanciare tale significativa realtà quale centro cittadino nazionale e internazionale di accoglienza, promozione dei diritti, della cultura, delle politiche rivolte alle donne».

Questo provvedimento prevedeva, inoltre, un prolungamento del regime di convenzione con il Comune oltre la scadenza del 2021, una revisione del canone d’affitto e la possibilità di rateizzare il debito pregresso.

La Casa nei suoi spazi è abitata da circa 40 associazioni, che vi hanno la sede legale e operativa, ma molte gestiscono all’esterno della Casa centri antiviolenza, corsi in scuole e/o carceri, centri di ascolto.

Le associazioni lavorano principalmente in tema di diritti delle donne, per la salute sia riproduttiva che psicologica, contro la violenza sulle donne e contro la tratta; per il lavoro delle donne e a favore di persone disabili. I servizi che sono forniti a titolo volontario o a prezzo politico non sono l’unica risorsa che la Casa offre alla comunità.

Vi è anche l’onerosa manutenzione ordinaria e straordinaria che uno stabile del XVII secolo comporta, che ogni anno ammonta a cifre imponenti e che dovrebbe invece essere a carico del Comune.

La Casa determina ogni anno un valore aggiunto (salari, imposte e tasse, interessi) a favore della collettività di oltre 350.000 euro. Per non parlare delle sue attività formative e di mediazione culturale.

Qualche esempio?

La biblioteca «Archivia» con la sua collezione di libri, riviste e foto del movimento delle donne è consultata da studiose e studiosi di tutto il mondo.

L’estate di cultura della Casa, «La Casa Spiazza», da tre anni è diventata un polo di attrazione per oltre 5.000 persone che alla Casa vengono per godersi eventi di cinema, musica, teatro ed arte di altissimo livello.

Quest’anno la Casa ha tenuto il primo corso di educazione finanziaria gratuito per le donne, con docenti di primo piano e con una grande attenzione e soddisfazione delle partecipanti e decine di altre donne in lista d’attesa per accedere alla prossima edizione. Grande successo ha ottenuto poi il corso della famosa fotografa Letizia Battaglia.

Donne in Italia—per nascita e per migrazione—si confrontano, scambiano idee, strategie politiche, culture, problemi e soluzioni con interlocutrici da tutto il mondo nei frequenti e fecondi incontri che hanno come vettore e teatro la Casa.

E poi non bisogna dimenticare tutte le donne e gli uomini che vengono a trovarci, che si fermano a parlare nel giardino, che portano i bambini per giocare, o li affidano alle nostre operatrici, e le viaggiatrici solitarie che nel nostro ostello sanno di sentirsi al sicuro.

Il debito di oltre 800.000 euro si è formato in più di 25 anni di attività, durante i quali il canone d’affitto di 88.000 euro l’anno si è rivelato insostenibile.

D’altro canto pensiamo che il patrimonio pubblico non debba essere soltanto una fonte di reddito ma debba rimanere una risorsa al servizio della comunità. Persino la Corte dei conti, in una sua recente sentenza afferma che non si può parlare di danno erariale, di mancate entrate, se nei luoghi pubblici si svolgono attività sociali.

La Casa insomma offre cultura e servizi, è un punto di riferimento per il territorio e restituisce in termini sociali ed economici molto più di quanto le viene chiesto in affitto.

In coerenza con il dettato costituzionale, noi crediamo a una idea di legalità che aiuta e sostiene l’azione sociale dei cittadini.

Da questo punto di vista ci chiediamo che senso abbia, che servizio si renda davvero alla comunità nel chiudere, sgomberare, sfrattare, organizzazioni che alla società offrono risorse altrimenti non disponibili, lavoro appassionato (e spesso non remunerato), risposte a problemi ed esigenze che i governi nazionali o locali non sanno o non possono fornire.

È ingiusto comprimere o, peggio, asfissiare l’azione sociale, sia essa rivolta a comunità vulnerabili o alla produzione culturale o di servizi, o di aggregazione del tessuto urbano o alla difesa dell’ambiente, o al contrasto di ogni forma di violenza e di discriminazione.

I governi nazionali e locali dovrebbero, invece, farsi promotori di tali iniziative, rivendicarne la legittimità e diventarne parte in causa. Parte in causa dalla parte giusta, si intende.

Rivendichiamo che la Casa Internazionale delle donne è un luogo unico in Italia e in Europa.

Un luogo dove le donne sono libere, libere di essere, di creare, di apprendere, di aiutare, di solidarizzare.

Per questo abbiamo bisogno di tutto il vostro sostegno.

Informazioni

Bonifico intestato a: Consorzio Casa internazionale delle donne, Monte dei Paschi di Siena, IBAN IT38H0103003273000001384280 Causale: «Donazione sostegno Casa».

Un grazie enorme a chi ci ha supportato fino ad ora.