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Editoriale

L’autunno caldo dei medici

La difficile partita dei medici contro Renzi. Gli stati generali della categoria, convocati dalla Fnomceo, insieme ai sindacati del settore, promuovono una manifestazione nazionale per il 28 novembre e uno sciopero il 15 dicembre

«Basta» è lo slogan con il quale si sono aperti ieri gli stati generali dei medici promossi dalla Fnomceo, la federazione nazionale di gli ordini provinciali dei medici, e che è riuscita a riunire (impresa tutt’altro che semplice), tutti i sindacati del settore.

In questo fronte gli interessi naturalmente sono diversissimi ma a fare da collante sono i rischi di snaturamento ai quali la professione sta andando incontro. In ballo c’è il suo futuro e per questo si sta organizzando una manifestazione e uno sciopero.

«Basta» è la forma imperativa del verbo bastare. In genere viene usata come esclamazione ma per i medici italiani oggi vale come rifiuto perentorio di una politica che letteralmente li sta facendo diventare altro da quello che dovrebbero essere e diventare.

«Basta» per i medici è un atto di disobbedienza pubblica nei confronti di questo governo e della sua legge di stabilità, con i suoi trucchi contabili. Un atto che colpisce direttamente la sua immagine pubblica di salvatore della patria.

I medici, in un impressionante quanto colpevole vuoto sociale, con un silenzio a dir poco imbarazzante delle Confederazioni sindacali (che non stanno muovendo un dito per salvare la sanità pubblica dalle politiche di Renzi), provano a rialzare la testa. Assumono su di loro il carico di una protesta sociale che per quello che implica dovrebbe essere generale dal momento che con questa legge di stabilità in pericolo è l’art 32 delle Costituzione, la tutela pubblica delle malattie, il nostro sistema solidaristico e universalistico e le professioni i cui doveri sono per qualsiasi malato la prima vera garanzia etica e scientifica.

Il punto è che i medici, ma anche le altre professioni, a forza di restrizioni, privazioni, limiti di ogni genere, blocchi di vario tipo non sono più in grado di adempiere ai loro doveri cioè di svolgere il loro lavoro come si diceva una volta in “scienza e coscienza”.

E’ questo che spiega la scesa in campo della Fnomceo, la massima autorità deontologica di questa professione. Un medico responsabile, autonomo e nello stesso tempo integro moralmente ma soprattutto disponibile a ripensarsi per stare al passo con i tempi, è la prima garanzia per un cittadino. Questo governo non ha fiducia nei medici, li considera solo dei lavativi che producono costi, per cui ha deciso di risparmiare (a partire da questa legge di stabilità), di amministrare i loro atti clinici, di obbligarli ad usare i mezzi terapeutici e diagnostici decisi dalla Consip magari al prezzo più basso indipendentemente dalla loro adeguatezza clinica. Così decapitando proprio il capitale professionale per definanziare il sistema, obbligando tutto e tutti al ripiano rispetto a standard ricavati da limiti finanziari impossibili da rispettare.Ormai siamo al definanziamento coatto.

Quella dei medici contro la legge di stabilità non è una partita facile da giocare ed è ancor più difficile da vincere.

Un po’ perché essi hanno dimostrato di non essere dei grandi strateghi, un po’ perché hanno parecchi scheletri nell’armadio (sprechi, medicina difensiva, self interested, comportamenti opportunisti, inadeguatezze ecc) che costano un botto di soldi, un po’ perché il loro avversario è una politica economica che si può modificare con una piattaforma che voli alto e con una forte mobilitazione.

Già nel 2012 i medici organizzarono una grande manifestazione in piazza. Riuscitissima ma che si rivelò un tragico fallimento politico perché non solo non diede luogo a nessuna negoziazione ma, quel che è peggio, aprì la strada ad una serie di provvedimenti il cui presupposto era proprio il medico quale prima controparte del risparmio. Ripetere questo errore oggi sarebbe fatale.

Gli stati generali di ieri hanno dato mandato di scrivere una piattaforma sulla base della quale il 28 novembre si svolgerà a Roma una manifestazione e il 15 dicembre uno sciopero di categoria. Secondo me prima di scrivere i medici farebbero bene a riflettere su alcuni punti.

La “questione medica” (perché di questo si tratta) non è causata da questo o quel provvedimento contro i medici, emerge da profondi cambiamenti sociali che i medici sino ad ora non hanno saputo leggere, da una politica economica che vuole redistribuire parti importanti della spesa sanitaria in altre operazioni come la riduzione delle tasse. E, ma solo alla fine, dall’insieme di una serie di provvedimenti ostili ai medici (appropriatezza, blocco del turn over, limitazione della loro autonomia ecc).

Le politiche di definanziamento della sanità nella legge di stabilità si giustificano prima di tutto con una plateale incapacità delle regioni a fare spending review e quindi con la permanenza nella spesa sanitaria di non secondarie diseconomie rispetto alle quali i medici non sono estranei.

Una piattaforma deve essere funzione della controparte nel senso che i suoi scopi non possono essere indicati ignorando con chi hanno a che fare. Ciò che si deve battere è l’idea di sostenibilità pensata dal governo Renzi come distruzione della sanità pubblica.

Questa idea si batte contrapponendo un’altra idea di sostenibilità fondata sul ruolo del lavoro, in questo caso dei medici. Per rifinanziare la sanità è fondamentale, se però il lavoro è liberato da una serie di costi inutili, di anacronismi e contraddizioni costose, se è reso meno regressivo, se è organizzato in modo nuovo, se è ripensato a partire dai contratti.

Una piattaforma deve essere funzione di un negoziato, cioè di una transazione, nella quale i medici chiedono cambiamento dando in cambio la stessa moneta: cambiamento. Cambiamento e invarianza non vanno d’accordo.

Perché i medici non si impegnano loro per primi a garantire appropriatezza e responsabilità presentando un progetto per azzerare quei 10 mld di medicina difensiva?

Il 29 novembre a Roma parteciperò alla manifestazione pubblica dei medici, gli unici nella sanità e nel mondo del lavoro ad avere avuto il coraggio di dire «Basta».

  • Franco Cilli

    Condivido in buona parte quanto detto, ma parlare della necessità di razionalizzazare le spese è fin troppo scontato, nessuno direbbe mai che è giusto buttare le cose dalla finestra. Il problema è che la spending review è l’alibi perfetto per le politiche austeritarie, che deprivano la sanità volutamente di risorse per poter dire poi che non “è più sostenibile” (Monti dixit). I medici hanno le loro colpe, ma anche qui siamo al luogo comune, chi non ne ha? Non è un processo a singoli o all’individuo quello che importa, nè i giudizi morali, conta la direzione che vogliamo dare all’economia e di conseguenza alle politiche di welfare. Quello che non si dice chiaro e tondo, perché si è timorosi di andare contro il senso comune, o peggio per malafede, è che non può esistrere un welfare efficiente senza debito pubblico e che il debito pubblico non è il male. Per inciso la medicina difensiva non è un indole maligna dei medici, ma come si usa dire il compbinato disposto di carenze organizzative, pratiche condivise, anomalie legislative(anche le denunce infondate costano soldi ed energie psichiche, perché non si istituisce un filtro?), stanchezza e prevalenza dell’egoismo sociale rispetto a una visione cooperativa della società. Il medico spesso e volentieri è una vacca da mungere, chiaro che si difenda. Tralascio per amore della decenza le considerazioni su sindacati e partiti politici