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Editoriale

La rottamazione fallita di Trump

La riforma sanitaria resta. L’accordo con l’Iran, pure. Donald Trump ha speso inutilmente mesi ed energie per smantellare i due pilastri, anche simbolici, dell’amministrazione Obama. Al senato ha registrato il primo scacco, la prima seria sconfitta di politica interna.

E sul terreno della politica internazionale ha preso il secondo schiaffo, dovendo prendere atto che l’«Iran Deal» regge, e non basta la sua voce grossa a sfarinarlo, ci vuole il consenso dei partner che con gli Stati uniti hanno sottoscritto l’intesa sul nucleare iraniano, e che naturalmente non hanno alcuna intenzione di tornare indietro.

Ogni presidente cerca di mettere il sigillo sull’era che s’apre con il suo insediamento, segnando con decisioni emblematiche la rottura di continuità col predecessore, specie se del partito avverso.

In Trump, la «rottamazione» dell’era Obama ha assunto dimensioni ossessive, al limite del patologico. È intervenuto pesantemente sulla questione simbolo della politica ambientale obamiana, sbloccando l’oleodotto Keystone XL, ha cancellato l’accordo Tpa e non ha ratificato il trattato di Parigi sul clima.

Ha proceduto senza sosta a colpi di executive order, avvalendosi cioè di una prerogativa presidenziale da attivare però in casi di massima urgenza. Ma quando ha dovuto trattare con il senato, e soprattutto col suo stesso partito, e con altri governi, si è reso conto, come osserva il New York Times, che il mondo reale è ben diverso da quello degli affari e da quello dello spettacolo, in cui basta dare ordine secchi e magicamente vengono eseguiti.

Sul Muslim ban – il divieto all’ingresso dei musulmani – aveva già preso una bella lezione dalle varie procure degli Stati americani che l’hanno dichiarato illegittimo, ma non se n’è curato, è andato avanti nella sfida, non capendo quanto l’opposizione alla sua presidenza e alla sua politica sia ampia e sfaccettata, non certo riducibile né al Partito democratico, né agli odiati clintoniani e obamiani, né al potere washingtoniano. Anche parte cospicua dei suoi elettori più leali non si fa imbambolare dalle sue parole quando in ballo è la loro salute e l’accesso a cure prima dell’Obamacare impensabili.

Trump ha talmente sovraccaricato di significati politici l’operazione di demolizione del suo predecessore che adesso anche le sconfitte su singole questioni, per quanto pesanti, assumono il senso ovvio di un ripudio di tutta la sua linea e della sua leadership. Non lo dicono solo i sondaggi, sempre più bassi, ma lo dice la logica politica. Il presidente americano Trump sta dimostrando, se ce n’era ancora bisogno, di non avere una sua bussola, un suo progetto, che non sia quello di demonizzare Barack Obama e gli avversari. Questa sua debolezza «strutturale» ora appare evidente e su di essa pesa come un macigno la vicenda, a dir poco sempre più ingarbugliata, del Russiagate.

Trump non è tipo però da ragionare e riflettere sulle sconfitte. È facile piuttosto che mediti di rilanciare la sfida. Caso mai spostando il quadrante del conflitto nell’America latina, mettendo becco direttamente nella crisi venezuelana. Adesso minacciando sanzioni, poi chissà che altro.