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Editoriale

Su ecologia e lotta di classe, Bertinotti sbaglia

Il dibattito. Bertinotti sbaglia quando contrappone l’ambientalismo alla lotta di classe. Non riconoscere che sono due facce di una stessa medaglia sarebbe un errore catastrofico. Il green capitalism non è possibile, piaccia o non piaccia. Perché l’ecologia presuppone la fine della centralità del suo organismo più delicato ed essenziale – il mercato

Max Ernst, La planete affolé

Max Ernst, La planete affolé

Su Pietro Nenni figura centrale nella stagione delle conquiste operaie degli anni ‘60/70 non sono d’accordo, ma si tratta tuttavia di un tema su cui riflettere, perché non c’è dubbio che anche io ho sofferto di un certo settarismo comunista nel giudicare un personaggio degno di rispetto e il cui ruolo politico ha avuto tratti anche molto positivi. Ma sulla frase pronunciata da Fausto Bertinotti nell’intervista pubblicata lunedì su Repubblica – «sostituire la lotta di classe con l’ecologismo sarebbe una catastrofe» – su questo il mio dissenso non solo è totale ma avverto anche la necessità di renderlo esplicito perché se tale giudizio fosse preso sul serio potrebbe costar caro alla sinistra tutta.

Mi riporta fra l’altro alle feroci polemiche che si sollevarono nei primi anni ’70 quando il manifesto per la prima volta si aprì alla neonata problematica ambientalista e fu irriso da Lotta Continua che titolò il suo quotidiano con ironico disprezzo verso di noi scrivendo «Come era verde la vostra vallata». Altri ci accusarono di aver escogitato un diversivo per distrarre le masse per l’appunto dalla lotta di classe.

Cambiarono per fortuna quasi tutti idea; e fu merito soprattutto del movimento femminista , anche quello denunciato da una parte della nuova sinistra, che via via aiutò a rendere chiaro che stavano emergendo contraddizioni non direttamente identificabili con quella capitale-lavoro, e che tuttavia avevano le loro radici nel sistema capitalista e dunque costituivano un grande, prezioso potenziale che arricchiva il fronte anticapitalista. Anche il Pci tardò a percepire queste novità, e credo si trattò di una incomprensione fatale.

Mi sembra di parlare della preistoria. Tutt’ora però il problema è aperto, e chiede chiarezza: no, il green capitalism non è possibile, piaccia o non piaccia. Perché la rivoluzione ecologica – e adopero coscientemente questa parola pesante – presuppone la fine della centralità del suo organismo più delicato ed essenziale – il mercato, come organo autonomo, mosso dal profitto visibile, quello immediato, ma miope come una talpa rispetto al lungo termine, il tempo in cui per sopravvivere la collettività dovrà pagare le spese non contabilizzate del guasto operato da alcuni e che solo dopo molto tempo rende palesi le sue tremende dimensioni.

Non saremo tutti vittime alla pari, però: chi ha goduto del profitto immediato non è nelle stesse condizioni di chi lo ha subito. Proprio per questo, del resto, il «verde» è parola che piace a tutti ma poi chi dovrebbe e potrebbe farsi sul serio carico di sostenere le misure atte a rendere fattibile il suo progetto – penso ai signori Bonomi in giro per il mondo – girano la testa dall’altra parte.

Attenti al termine «Antroprocene» ci ammonisce Silvio Greco in uno degli scritti dell’e-book «I dinosauri» a cura della nostra task-force «Natura e lavoro» che uscirà fra breve. È infatti diventato molto alla moda perché lascia intendere che tutti gli umani sono ugualmente colpevoli del dissesto della Terra, e omette la parola «capitalismo». Così procedendo alla sua assoluzione, cancellando secoli di storia che dimostrano come questo sistema si sia fondato, e si fondi, su secoli di dissennato sfruttamento delle risorse naturali. Mentre l’umanità viene considerata un’entità astrattamente omogenea, non attraversata da disuguaglianze, un insieme dove tutti sarebbero colpevoli e tutti vittime. L’operaio dell’Italsider e i signori che volevano comprare l’acciaieria. Guai se la sinistra finisse per considerare marginale una catastrofe che incombe e approfondirà le disuguaglianze in misura inimmaginabile.

Ricordo che tanti anni fa incontrai a New York un nipotino di Roosevelt, giovane laureato in economia a Havard. Erano i primi ’70 e c’era stato anche negli Stati Unti un significativo spostamento a sinistra delle nuove generazioni. Mi raccontò che con un suo amico andarono dal loro professore, il premio Nobel Samuelson, piuttosto conservatore ma simpatico, per chiedergli se aveva qualcosa di Marx da cui avrebbero dovuto cominciare per capire il suo pensiero. Samuelson gli rispose: «Lasciate pure perdere tutto il resto, la cosa più importante di Marx è aver indicato come motore della storia la lotta di classe». Son convinta che oggi avrebbe aggiunto: «che attraversa anche l’ecologia».

È difficile infatti espellere la lotta di classe da qualsivoglia fenomeno della società, lo è stato sempre, tanto più oggi che il capitalismo è diventato così pervasivo. Molti del resto hanno scritto libri eccellenti sul suo rapporto con l’ambientalismo e vale la pena di sfruttare gli ultimi giorni di vacanza per leggerli. Proprio loro, fra l’altro, ci hanno fatto ritrovare il tema, a lungo ignorato, proprio in alcuni non secondari scritti di Marx.

Quello su cui non ha purtroppo scritto ancora nessuno, ed è quanto ha reso così difficile la vita della sinistra oggi, è come si possa aggregare il soggetto antagonista, vale a dire usare positivamente la ricchezza delle nuove contraddizioni, impedendo che esse diventino invece divisive.

La difficoltà sta nel fatto che assai meno di una volta, quando c’era una bella classe operaia omogenea e geograficamente concentrata, non basta la protesta: serve, per far nascere il nuovo soggetto , più mediazione politica e culturale di un tempo. I movimenti di protesta sono indispensabili perché si muovono, ed hanno perciò antenne sensibii. Ma da soli non bastano.