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Editoriale

La lotta per la libertà non è uguale alla lotta al terrorismo

Un manifestante a Parigi, 11 gennaio 2015

Di fronte al significato più generale e importante delle grandi manifestazioni di domenica in tutta la Francia non c’è che da rallegrarsi nel constatare l’ampiezza di una opinione pubblica e di passioni civili capaci di reagire nel nome della tolleranza e della democrazia al trauma di una sanguinosa aggressione, di sottrarsi senza riserve allo schema dello scontro di civiltà. Tante persone alle quali la libertà di tutti e di ciascuno sembra stare davvero a cuore.

Non era affatto scontato in un paese in cui la sirena del Front National trova crescente ascolto.

Tuttavia, secondo una saggia consuetudine laica, converrà dubitare dei miracoli. Due ne sono stati solennemente annunciati da Parigi.

Il primo consiste nella repentina riconciliazione, per non parlare di impeto fusionale, tra governanti e governati: il «popolo si stringe intorno ai suoi leader».

Il secondo nella rinascita dalle ceneri di Charlie Hebdo dell’ Europa politica, proprio nel paese che, per giunta, ne aveva bocciato la Costituzione.

Che nel momento della più estrema minaccia si invochi la protezione dei rispettivi governi è un sentimento comprensibile, ma che questi ultimi debbano essere percepiti, sempre e comunque, come la sola garanzia delle nostre libertà, nel loro esercizio e nella creazione delle condizioni che lo rendono possibile, non è che propaganda priva di ogni credibilità.

Ordinare un blitz non è ancora di gran lunga prova di buon governo.

Quanto all’ Europa politica, ricondotta alla lotta contro il terrorismo e al coordinamento tra polizie e servizi, non è certo un passo da gigante sulla via dell’Unione. Tanto meno quando voci importanti si levano, con la lodevole eccezione italiana, a favore della sospensione o revisione del trattato di Schengen.

Non sta in quel cordone di premier la prospettiva europea.

La stampa di mezzo mondo titola sui «grandi della terra», (espressione di per sé detestabile) europei e non, convenuti nella capitale francese in difesa della «libertà» e delle sue concrete articolazioni quale quella, basilare, di stampa e di espressione.

Quanto simili valori possano stare a cuore all’ungherese Viktor Orban, al ministro degli esteri russo Lavrov, al premier turco o al re di Giordania ognuno lo può facilmente constatare. E quale interpretazione ne possano dare, poi, il greco Samaras o lo spagnolo Rajoy sarebbe pure un interessante oggetto di discussione. Qualcuno si sarà detto che «Parigi val bene una messa» officiata in nome della libertà, anche la più «blasfema».

Ma non è questo il punto decisivo.

Il fatto è che la lotta al terrorismo non è la stessa cosa della lotta per la libertà, sebbene si cerchi ripetutamente di confonderle, appiattendo la seconda sulla prima.

In primo luogo perché ogni governo può ricondurre chi gli pare sotto questo marchio infamante. E se su Al Qaeda e il Califfato sono tutti d’accordo, almeno per quanto emerge alla luce del sole, e tutti possono dunque marciare tenendosi sotto braccio, in altri casi non è affatto così.

In secondo luogo perché la lotta al terrorismo può essere condotta, e il più delle volte lo è stato, facendo ricorso alla restrizione delle libertà individuali e collettive, anche quando la si volesse considerare come condizione necessaria e preliminare all’esercizio di queste ultime.

E’ una distinzione (non una reciproca esclusione), quella tra «libertà» e «sicurezza», tanto decisiva quanto offuscata dalla testa di Medusa del grande corteo parigino. Sono i noti paradossi della democrazia e della tolleranza, che tuttavia non possono essere elusi se non cancellando l’una e l’altra dal nostro orizzonte politico.

In questi principi, i fautori della guerra globale, e di quella interna contro le cosiddette «classi pericolose», vedono appunto la nostra debolezza, il fianco esposto alle armi del nemico. Al quale invidiano, più o meno esplicitamente, quell’idea di «inimicizia assoluta» che ne ispira effettivamente l’azione, reclamando violenza eguale e contraria.

La condizione di guerra, inutile negarlo, esiste. Il fatto che l’Europa non ne sia affatto innocente o estranea, non cancella quella barbarie con la quale è impossibile scendere a patti.

Ma, nel cuore del Vecchio continente, contrariamente a quanto auspicano islamisti e destre non solo estreme, le sorgenti di una guerra di religione possono ancora essere prosciugate.

E’ quello che milioni di persone chiedevano per le vie di Parigi. Non «stringendosi intorno ai governi», ma piuttosto aggredendo le logiche identitarie, gli egoismi nazionali e gli interessi dominanti che ne guidano l’azione.