closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

La lotta per la libertà non è uguale alla lotta al terrorismo

Un manifestante a Parigi, 11 gennaio 2015

Di fronte al significato più generale e importante delle grandi manifestazioni di domenica in tutta la Francia non c’è che da rallegrarsi nel constatare l’ampiezza di una opinione pubblica e di passioni civili capaci di reagire nel nome della tolleranza e della democrazia al trauma di una sanguinosa aggressione, di sottrarsi senza riserve allo schema dello scontro di civiltà. Tante persone alle quali la libertà di tutti e di ciascuno sembra stare davvero a cuore.

Non era affatto scontato in un paese in cui la sirena del Front National trova crescente ascolto.

Tuttavia, secondo una saggia consuetudine laica, converrà dubitare dei miracoli. Due ne sono stati solennemente annunciati da Parigi.

Il primo consiste nella repentina riconciliazione, per non parlare di impeto fusionale, tra governanti e governati: il «popolo si stringe intorno ai suoi leader».

Il secondo nella rinascita dalle ceneri di Charlie Hebdo dell’ Europa politica, proprio nel paese che, per giunta, ne aveva bocciato la Costituzione.

Che nel momento della più estrema minaccia si invochi la protezione dei rispettivi governi è un sentimento comprensibile, ma che questi ultimi debbano essere percepiti, sempre e comunque, come la sola garanzia delle nostre libertà, nel loro esercizio e nella creazione delle condizioni che lo rendono possibile, non è che propaganda priva di ogni credibilità.

Ordinare un blitz non è ancora di gran lunga prova di buon governo.

Quanto all’ Europa politica, ricondotta alla lotta contro il terrorismo e al coordinamento tra polizie e servizi, non è certo un passo da gigante sulla via dell’Unione. Tanto meno quando voci importanti si levano, con la lodevole eccezione italiana, a favore della sospensione o revisione del trattato di Schengen.

Non sta in quel cordone di premier la prospettiva europea.

La stampa di mezzo mondo titola sui «grandi della terra», (espressione di per sé detestabile) europei e non, convenuti nella capitale francese in difesa della «libertà» e delle sue concrete articolazioni quale quella, basilare, di stampa e di espressione.

Quanto simili valori possano stare a cuore all’ungherese Viktor Orban, al ministro degli esteri russo Lavrov, al premier turco o al re di Giordania ognuno lo può facilmente constatare. E quale interpretazione ne possano dare, poi, il greco Samaras o lo spagnolo Rajoy sarebbe pure un interessante oggetto di discussione. Qualcuno si sarà detto che «Parigi val bene una messa» officiata in nome della libertà, anche la più «blasfema».

Ma non è questo il punto decisivo.

Il fatto è che la lotta al terrorismo non è la stessa cosa della lotta per la libertà, sebbene si cerchi ripetutamente di confonderle, appiattendo la seconda sulla prima.

In primo luogo perché ogni governo può ricondurre chi gli pare sotto questo marchio infamante. E se su Al Qaeda e il Califfato sono tutti d’accordo, almeno per quanto emerge alla luce del sole, e tutti possono dunque marciare tenendosi sotto braccio, in altri casi non è affatto così.

In secondo luogo perché la lotta al terrorismo può essere condotta, e il più delle volte lo è stato, facendo ricorso alla restrizione delle libertà individuali e collettive, anche quando la si volesse considerare come condizione necessaria e preliminare all’esercizio di queste ultime.

E’ una distinzione (non una reciproca esclusione), quella tra «libertà» e «sicurezza», tanto decisiva quanto offuscata dalla testa di Medusa del grande corteo parigino. Sono i noti paradossi della democrazia e della tolleranza, che tuttavia non possono essere elusi se non cancellando l’una e l’altra dal nostro orizzonte politico.

In questi principi, i fautori della guerra globale, e di quella interna contro le cosiddette «classi pericolose», vedono appunto la nostra debolezza, il fianco esposto alle armi del nemico. Al quale invidiano, più o meno esplicitamente, quell’idea di «inimicizia assoluta» che ne ispira effettivamente l’azione, reclamando violenza eguale e contraria.

La condizione di guerra, inutile negarlo, esiste. Il fatto che l’Europa non ne sia affatto innocente o estranea, non cancella quella barbarie con la quale è impossibile scendere a patti.

Ma, nel cuore del Vecchio continente, contrariamente a quanto auspicano islamisti e destre non solo estreme, le sorgenti di una guerra di religione possono ancora essere prosciugate.

E’ quello che milioni di persone chiedevano per le vie di Parigi. Non «stringendosi intorno ai governi», ma piuttosto aggredendo le logiche identitarie, gli egoismi nazionali e gli interessi dominanti che ne guidano l’azione.

  • Spartacus

    Buona analisi, che condivido.
    Contro un Patriot Act alla francese si è già pronunciato, con autorevolezza, Robert Badinter (l’ex ministro della giustizia, che ha soppresso la pena di morte). Peccato che il sui intervento continui ad essere ignorato dal giornale.
    Ed è il caso di ricordare che nella giornata di ieri fra 30 e 50 (secondo le fonti) atti di violenza hanno riguardato dei musulmani.
    Una delle ragioni della manifestazione (sfuggite a Della Ratta) era anche questa: nel ritrovarsi tutti insieme, evitare che i musulmani diventivo dei capri espiatori.

  • Basta

    “La lotta per la libertà non è uguale alla lotta al terrorismo”

    che analisi brutalmente euro-centrica

    per “noi” no, certo che ci sono altre battaglie da combattere, diritti del lavoro, sindacati, etc etc. Ma per “loro”, per i musulmani arabi nei loro paesi. La lotta al terrorismo, adesso, _è_ la lotta per la libertà.

    aggiungo che è evidente che il terrorismo jihadista ridà un grande ruolo ai governi e alle loro agenzie di intelligence. e sì, anche agli interventi militari, come quello in Mali. Due professionisti come gli assassini di Hebdo non si combattono certo con le riunioni sindacali. In Italia, con le nostre agenzie di sicurezza da operetta (o peggio) possiamo anche riderne, in Francia, Germania, UK, no.

    Dal manifesto mi aspetterei che questo aspetto venisse discusso in maniera spietatamente realistica e “laica”, non che la realtà venga piegata ancora una volta alla propria visione del mondo

  • Spartacus

    Sei sicuro che i musulmani abbiano qualcosa da spartire con questi qui? Sei sicuro che i “terroristi” siano tali solo per l’Europa e non anche per i Nigeriani, i Curdi, gli Algerini, i Libici, i Siriani e quanti altri ?
    A me sembra che tu faccia un’amalgama fra appunto “terroristi” e musulmani o, più esattamente, i popoli che vivono in paesi a maggioranza musulmana (che poi, anche lì, occorrerebbe distinguere fra sunniti, curdi, drusi, ismaeliti ecc., per tacere di laici, atei, cristiani, battisti, animisti, ebrei ecc.).
    Ed è questo il peggiore degli errori perché in questo momento i paesi a maggioranza musulmana stanno pagando un prezzo di sangue estrememente elevato di fronte a questi fanatici e alla politica sviluppata dagli USA con il concorso di buona parte dei paesi della UE, nel Vicino e Medio Oriente come in Africa settentrionale.
    Visto in questa ottica, il passaggio di Bascetta, mi pare pertinente.

  • Harken

    «Quanto all’Europa poli­tica, ricon­dotta alla lotta con­tro il ter­ro­ri­smo e al coor­di­na­mento tra poli­zie e ser­vizi, non è certo un passo da gigante sulla via dell’Unione. Tanto meno quando voci impor­tanti si levano, con la lode­vole ecce­zione ita­liana, a favore della sospen­sione o revi­sione del trat­tato di Schengen.»

    Non c’è dubbio. Eppure, guardiamo in faccia la realtà: immaginiamo uno scenario da (per dirla alla Khaled Fouad Allam) “jihadisti della porta accanto”, i 5000 e passa guerriglieri che tornano da dove si sono addestrati, si rimescolano alla popolazione europea, si rimettono a lavorare come se niente fosse, e poi – ad un momento convenuto – cominciano ad attuare una strategia di destabilizzazione del tipo “Dieci… Cento… MILLE E DIECIMILA CHARLIE HEBDO!” Nelle scuole, nei luoghi di ritrovo, nei luoghi di aggregazione… “VI COLPIREMO OVUNQUE!”

    È evidente che se uno scenario del genere si materializzasse davvero, tutto il resto rischierebbe di venire derubricato a questione marginale e secondaria nel giro di un fine settimana.

    Allora, se per evitare uno scenario del genere (scenario che, delle due l’una: o siamo in grado di QUANTIFICARE in termini di rischio e di probabilità EFFETTIVE, e sulla base di questa quantificazione EVENTUALMENTE possiamo giudicare improbabilissimo e quindi non preoccupante; oppure faremmo bene a non sottovalutare), un coordinamento su scala continentale fra polizie e servizi si costituisse davvero – e FINALMENTE! – e poi risultasse l’innesco che fa “precipitare” altre E PIÙ IMPORTANTI “reazioni” di coordinamento, be’: non sarebbe un buon risultato? Io credo di sì: sarebbe un buon risultato ottenuto per vie traverse, come effetto non preordinato di altre politiche, meno cruciali (per i temi che interessano a NOI) e tremendamente “emergenziali”… ma forse necessarie.

    «Ma non è que­sto il punto decisivo. […] Il fatto è che la lotta al ter­ro­ri­smo non è la stessa cosa della lotta per la libertà, seb­bene si cer­chi ripe­tu­ta­mente di con­fon­derle, appiat­tendo la seconda sulla prima.»

    Eh… non sono d’accordo, Marco. Mi spiace.

    L’hai detto tu stesso, altrove, che questo del radicalismo islamista è un terrorismo sostanzialmente di matrice fascista: e lo penso anch’io.

    Adesso, però, non possiamo allora dire che c’è un sottile distinguo da fare fra i due piani della lotta al fascio-islamismo e la lotta per la libertà.

    Ripeto: o siamo in grado di escludere CATEGORICAMENTE che vi sia alcun rischio per la tenuta delle società europee, a causa del “ritorno” dalla Siria del “jihadista che giocava con mio figlio all’asilo”; e NON LO SIAMO.

    Oppure, poiché non possiamo escludere che si dovranno percorrere delle strade “impervie”, dobbiamo accettare il fatto che lo si debba fare, perchè in una società europea destabilizzata e terrorizzata farebbero presto a svanire anche le libertà fondamentali: a cominciare, appunto, da quella di movimento e di espressione.

    Poi, è chiaro che tutto questo andrà fatto CON L’AIUTO E IL CONTRIBUTO della maggioranza di musulmani – diciamo così – “moderati”: e, di nuovo, io qui non posso fare a meno di vedere un’altra opportunità, per far fare FINALMENTE alla questione dell’integrazione dei migranti quel passo avanti decisivo che attende di essere compiuto da quasi trent’anni.

    Però, non credo che possiamo continuare a fare quelli che guardano SEMPRE altrove…