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Europa

La Francia chiude ma non troppo

Coronavirus. Macron non segue il «modello italiano», isolamento in casa per sei settimane che però consente scappatoie

Parigi, controlli della polizia lungo la Senna

Parigi, controlli della polizia lungo la Senna

Un nuovo giro di vite nello «stato di emergenza sanitario» istituito da qualche giorno. Sono stati proibiti i mercati all’aperto (salvo deroghe locali), ormai sono solo permesse le uscite per la spesa, al massimo un’ora, a non più di un chilometro da casa, una volta al giorno, il tutto da scrivere e firmare in una dichiarazione apposita. Il Consiglio scientifico parla di «sei settimane» di confinamento.

Ma, per il momento, la Francia non opta per un «confinamento totale», all’italiana, ci sono 1.100 morti. Ieri, sono state solo fatte delle «precisazioni», come aveva chiesto il Consiglio di stato domenica. Il governo è alla ricerca della soluzione dell’equazione impossibile, dell’equilibrio tra misure sanitarie, garanzia delle libertà fondamentali e mantenimento di un livello minimo di attività economica. Di qui, l’impressione di vaghezza e le conseguenti polemiche dell’opposizione e delle reti sociali.

PER ESEMPIO, alle regole che obbligano a rispettare un isolamento sempre più severo, si affiancano richieste che vanno nel senso opposto: ieri, il ministro dell’Agricoltura, Didier Guillaume, ha chiesto all’«esercito dell’ombra, alle donne e agli uomini che vogliono lavorare» di iscriversi per venire reclutati dagli agricoltori, che mancano di braccia per la raccolta di frutta e verdura, visto che gli stagionali non vengono più (le frontiere sono chiuse). Queste persone avranno la garanzia di poter cumulare la cassa integrazione con il nuovo salario. Poco per volta, l’attività rallenta, si ferma. 730mila lavoratori sono in cassa integrazione e il numero è in crescita regolare, perché l’attività ha chiuso o per stare con i figli, che non vanno più a scuola.

Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, parla di «crisi più forte dalla Grande Depressione» e ha messo 300 miliardi di euro di garanzia per le imprese, per evitare fallimenti. La metallurgia funziona al 25%, Renault, Peugeot, Michelin hanno chiuso le fabbriche, altri settori, come la chimica, sono al 60%, solo l’industria alimentare e quella legata alle forniture sanitarie funziona al 100%. Ma alcuni sindacati chiedono di chiudere, perché non ci sono sufficienti protezioni per i lavoratori, mentre non è possibile, per il momento, bypassare il diritto del lavoro senza accordo sindacale.

«Più in fretta una maggioranza di persone possa restare a casa, più in fretta vinceremo l’epidemia», dice la Cgt. La France Insoumise e il Pcf chiedono di limitare al minimo l’attività economica, ma poi suggeriscono di nazionalizzare Luxfer, per esempio, che produce bombole d’ossigeno. La Cfdt avverte: «è impossibile, bisogna vedere cosa può essere differito e cosa no». «Sarebbe impossibile vivere, anche confinati, nemmeno curarsi, se l’attività economica non continua» ha risposto Emmanuel Macron.

C’è stata polemica per l’edilizia, la ministra del Lavoro, Muriel Pénicaud ha definito «disfattista» chi voleva fermarsi e un accordo è stato raggiunto per continuare il lavoro, anche se al rallentatore. La Posta rallenta drasticamente. E tutto il mondo del lavoro chiede ai politici: come mai mancano le mascherine? La polemica gonfia, nel 2009 le scorte erano ancora di 723 milioni di FPP2 e 1 miliardo per quelle chirurgiche, poi nel 2011 e 2013 c’è stato un cambiamento di organizzazione, non c’è più un ente centralizzato e la responsabilità è passata ai datori di lavoro (con risparmio per lo stato) e oggi c’è mancanza.

IL GOVERNO AVANZA con i piedi di piombo, su un terreno scivoloso. L’opinione pubblica è preoccupata, all’87% approva le misure di restrizione. Ma nella realtà la disobbedienza è forte, dal 17 marzo ci sono stati 1,8 milioni di controlli e quasi 92mila multe. In alcuni quartieri la tensione cresce. Le regole devono essere «giudicate giuste e proporzionate», afferma la deputata Aurore Bergé. Bisogna «massimizzare la conciliazione delle esigenze sanitarie e dell’accettabilità sociale», giustifica il deputato Sacha Houlié, «da un lato il personale sanitario reclama, legittimamente, misure di confinamento più severe, dall’altra il politico deve tener conto di cosa la popolazione può accettare, perché se la società ritiene che i limiti alla libertà sono eccessivi c’è il rischio che le regole giudicate troppo restrittive non vengano applicate».

IN RISPOSTA a una polemica interrogazione parlamentare che vantava la reazione in Corea del Sud, il ministro della Sanità, Olivier Véran, ha risposto: «la Corea fa tracing, informa tutti i conoscenti quando una persona è malata. Sarete disposti a dibatterne in questa Assemblea nazionale?». Eppure, questa ipotesi è presa in considerazione. Ieri, è stato insediato un secondo Consiglio scientifico, diretto da Françoise Barré-Sinoussi, Premio Nobel per l’Hiv, dedicato allo studio dei test e delle medicine, che ha tra i suoi compiti anche di riflettere sull’«opportunità della messa in opera di strategie digitali di identificazione delle persone che hanno avuto contatti con le persone contagiate».

Le carceri sono in agitazione (i detenuti giunti vicino alla fine della pena sono liberati). Per i senza tetto, ci sono interventi, camere d’albergo messe a disposizione, la distribuzione dei pasti ha ripreso. Si sono fermate le procedure di asilo, anche se il governo l’ha classificato «servizio pubblico indispensabile». Per Didier Leschi, direttore dell’Ufficio francese di immigrazione e integrazione, «in questa pandemia c’è la paura dello straniero, dell’errante». Per la Cimade, organizzazione di aiuto, «è difficile dire che bisogna mantenere un’attività di asilo mentre tutte le libertà fondamentali sono sospese».