La coincidenza temporale non è delle più felici: le autorità belghe del governativo Ufficio per gli Stranieri stanno portando avanti un’azione per togliere la cittadinanza ai bambini di famiglie palestinesi rifugiate.

Un provvedimento che ha sollevato polemiche in un paese noto come accogliente verso diverse comunità in fuga dai conflitti in Medio Oriente, ma al tempo stesso attraversato da ricorrenti pulsioni xenofobe, agitate soprattutto dalla destra fiamminga. Tendenze che si traducono non di rado in politiche e leggi restrittive nei confronti di migranti e richiedenti asilo.

A partire dall’estate, diversi comuni hanno ricevuto dal dipartimento che si occupa dei flussi migratori la richiesta di ritirare la nazionalità a bambini nati su suolo belga da genitori palestinesi. È accaduto in aree nel nord, come quella di Anversa, ma anche a Lovanio, Bruxelles e nelle Fiandre orientali.

IN MOLTI CASI, le autorità comunali hanno eseguito le istruzioni, convocando le famiglie palestinesi residenti e comunicando il ritiro dell’iscrizione dei figli dai registri nazionali. In Belgio i palestinesi rappresentano la terza comunità di richiedenti asilo per il biennio 2022-23, preceduti solo da siriani e afghani e le domande d’asilo da parte dei palestinesi dall’inizio di quest’anno sono state 2.595.

Di queste pressioni per il ritiro della cittadinanza si è saputo grazie a Julien Wolsey, presidente dell’associazione belga per i diritti degli stranieri, con sede a Bruxelles, la cui denuncia è stata rilanciata dal quotidiano L’Echo il 7 dicembre.

«Oltre al tempismo, completamente insopportabile che aggiunge benzina al fuoco – ha dichiarato l’avvocata riferendosi alla coincidenza con i bombardamenti su Gaza e l’azione dell’esercito israeliano in Cisgiordania – siamo di fronte a una pratica scandalosa dal punto di vista legale. L’Ufficio per gli Stranieri non ha alcuna competenza in materia di nazionalità e non può neppure dare ordini in materia alle municipalità», ha continuato, riferendosi alle norme che in Belgio affidano il diritto proprio ai comuni e non al governo.

Non si è fatta attendere la risposta di Nicole de Moor, segretaria di Stato per asilo e immigrazione del governo federale guidato da Alexander De Croo. La ministra ci ha tenuto a far sapere tramite il suo portavoce che non esiste alcun rapporto con il conflitto in corso a Gaza: i contatti tra Ufficio per gli stranieri e municipalità sono in corso fin da agosto. E ha poi chiarito che le richieste ai comuni derivano dall’intenzione di fermare gli abusi e lottare contro «le pratiche o le persone che non hanno diritto di ottenere la nazionalità belga». «Molti palestinesi da altri paesi Ue si recano regolarmente in Belgio per avere figli e beneficiare così del ricongiungimento familiare», ha aggiunto.

LA SPIEGAZIONE non soddisfa però operatori umanitari e difensori dei diritti dei richiedenti asilo. Raggiunta da Radio France International, l’avvocata Selma Ben Khelifa ricorda: «Il Belgio ha firmato le convenzioni sui cittadini apolidi (secondo la definizione Onu, chi non ha cittadinanza in nessuno stato, ndr). Poiché un bambino nato da genitori palestinesi non ha nazionalità, perché il Belgio non riconosce la Palestina come paese a sé stante, ci sarà l’obbligo di dare cittadinanza al nuovo nato».

E mentre gli studi legali preparano ricorsi, diverse associazioni per i diritti dei migranti hanno pubblicato pochi giorni fa una lettera aperta sul sito del quotidiano francofono La Libre. Oltre alla pratica del ritiro da parte del Belgio della cittadinanza dei minori, definita «abusiva», le ong denunciano anche l’impossibilità per chi è a Gaza di ottenere visti per il ricongiungimento familiare e il parziale blocco delle domande d’asilo per i palestinesi, in atto da ottobre, che l’Autorità belga per i rifugiati e apolidi (Cgvs) giustifica con ragioni di sicurezza. L’invito è quello di essere all’altezza della grave crisi umanitaria in atto, rimettendo al centro le ragioni umanitari e i diritti delle persone.