A suo tempo suscitò interesse e commozione la vicenda di Giorgio Perlasca, un commerciante italiano che nel 1944 si finse console spagnolo nella Budapest occupata dai tedeschi ed in tal modo salvò la vita a tantissimi ebrei. Ora un’altra di queste storie emerge dall’oblio grazie al lavoro di ricerca di Stathis Loukas, che a Trieste ha recuperato una corposa documentazione sull’attività semiclandestina svolta dal console greco presente in città, Ludovikos Skarpas, quando furono emanate le leggi razziali, e mentre nel porto della città adriatica giungevano alla spicciolata centinaia di famiglie, provenienti in gran dalla Polonia in cerca di un imbarco per espatriare oltreoceano. Per questa «emergenza umanitaria» egli concesse a più riprese visti di «transito via Grecia» ad altrettanti «Israeliti» che erano in possesso dei visti di ingresso negli Stati uniti, fino a che dovette spiegare in una comunicazione del 27 maggio 1940 al competente ministro degli esteri del governo Metaxas i motivi di quel comportamento.

NEL 1938 INFATTI una circolare del Governo greco (la n° 45764/D/9) prescriveva alle autorità consolari di permettere la vidimazione dei passaporti a «israeliti di cittadinanza straniera» solo a condizione che gli stessi dichiarassero di voler ritornare al paese che aveva loro concesso il passaporto e dimostrassero di avere un precedente visto d’ingresso in un paese confinante con la Grecia. Ma se dal 1938 al 10 giugno 1940 chi scappava dalla Germania poteva imbarcarsi a Genova per recarsi a New York o in Sudamerica, dopo l’entrata in guerra dell’Italia alleata del Terzo Reich quella via di fuga era stata preclusa e così solo la Grecia – neutrale – poteva essere la meta obbligata, come tappa intermedia, del loro viaggio oltreoceano.

La deportazione da parte dei nazisti degli ebrei di Ioannina nel 1944

MA LA GRECIA DI METAXAS non aveva tanta simpatia per i profughi, erano ancora aperte le ferite e vivo il ricordo della grande migrazione da Smirne dopo la sconfitta del 1922 ad opera dei Turchi. I migranti ebrei rappresentavano bocche in più da sfamare che avrebbero potuto diventare un pericoloso dispendio per le casse dello Stato. Quindi gli israeliti che giungevano in Grecia per evitare il respingimento dovevano dimostrare di avere i mezzi necessari al loro sostentamento una volta raggiunti gli Usa e la garanzia di parenti o associazioni che laggiù si sarebbero assunte la responsabilità delle loro esigenze.

All’epoca ad Atene e Salonicco erano insediate due numerose comunità ebraiche che potevano farsi garanti di questi requisiti ed anche ad esse si rivolse il console Skarpas. Questo, fino alla vicenda dell’imbarco sulla Nea Hellas, quando nel giugno 1940 sette famiglie ebree poterono salpare da Trieste in direzione di Atene. Il Console Skarpas fu raggiunto da una crittografia ministeriale che nel sanzionare il suo comportamento lo invitava ad astenersi da tale pratica.

Allarmato dal crescente numero di ebrei sbarcati ad Atene provenienti da Trieste, forse temendo ritorsioni diplomatiche da Roma o Berlino, il governo greco non si espose né si spese a difesa di quella emergenza.

A CONCLUSIONE di quella vicenda, prima di essere sollevato dal suo ruolo, il console Skarpas scrisse queste righe: «…ho concesso visti di transito solo nei casi per cui avevo avuto precedentemente la conferma, tanto delle Autorità Consolari Americane quanto pure dell’Ufficio Emigrazione degli Israeliti, che ha qui sede ufficiale, che non c’era alcun pericolo di permanenza in Grecia di queste persone, più dei giorni assolutamente necessari per imbarcarsi su una nave in partenza. A parte ogni umano sentimento, mi sono costretto ad apparire severissimo anche nei confronti di coloro che non avevano già il visto americano sul loro passaporto, anche se erano in possesso di lettere del Console Generale degli Stati uniti, con cui venivano informati che le loro richieste erano state accolte e che si aspettava solo l’ultima autorizzazione per il visto dei loro passaporti, che sarebbe arrivata qui entro la metà di luglio; mi sono costretto dico, nonostante le loro disperate implorazioni a negare il visto dei loro passaporti per la Grecia, dove chiedevano di andare per aspettare lì di ricevere la promessa autorizzazione».

«In seguito ai miei rifiuti – proseguiva Skarpas – le scene che si sono svolte nel Consolato sono state realmente tali da spezzare il cuore, dato che quegli infelici erano stati avvisati dalle Autorità locali che se non avessero lasciato il suolo italiano entro la fine di giugno, sarebbero stati arrestati, loro e le loro famiglie, spesso costituite anche di bambini piccoli, per essere riconsegnati alle autorità tedesche, col noto risultato, che equivale a una condanna a morte. Mantenendo l’intento delle vostre istruzioni mi sono costretto ad apparire senza cuore. Augurandomi soltanto che in vita mia non mi sia mai più riservato di assistere a scene di così tragica disperazione, a cui in questi ultimi giorni ho assistito e durante le quali si può misurare fino a quale incredibile punto arriva l’assoluta disperazione umana». In ottobre Mussolini aggredì la Grecia, a Trieste la Risiera aveva già la strada spianata.

GRAZIE ad un certosino lavoro di recupero, Stathis Lokas, che si è avvalso anche delle memorie del Console Generale Onorario di Grecia a Trieste Menealos Pappas (scomparso nel 2018) ha così messo infine a disposizione della Comunità Greca di Trieste, cui egli appartiene, ma anche della comunità Ebraica di Trieste e dell’Istituto Regionale per la storia della Resistenza e dell’età Contemporanea (Irsrec), l’Archivio del Console Skarpas affinché questa memoria possa riemergere e aiutare a far comprendere a tutti quanto qui è accaduto prima che la grande tragedia dell’Olocausto si compisse e perché proprio a Trieste, oltre alle radici dell’odio, mai tagliate ancor oggi del tutto, seppe comunque crescere, nel sacrificio dei martiri e dei combattenti, il fiore rosso della libertà.